Categorie: parola d'artista

exibinterviste | la giovane arte – Rocco Dubbini

di - 11 Aprile 2003

Parlami della tua formazione.
Ho frequentato l’Istituto Statale d’Arte di Ancona, poi l’Accademia a Urbino. Durante quegli anni ho sviluppato la mia esperienza artistica lavorando come assistente di Andrea Pazienza e di Walter Valentini.
Molto importante é stato per me il rapporto con mio zio Flo’ Corona scomparso lo scorso anno. Lo zio Flo’ abitava a Milano ma era nato ad Ancona; era un pittore ma soprattutto un uomo di cultura. Ho sempre vissuto in mezzo alle sue opere: credo che questa rappresenti la mia prima reale formazione artistica.

Ci sono degli artisti cui fai riferimento per il tuo lavoro?
L’Arte si autoalimenta. Non faccio quindi riferimento a un artista in particolare. D’altra parte sono lucidissimi i ricordi della mia scoperta di Masaccio; o di quando ho visto per la prima volta le opere di Van Gogh, Matisse, Modigliani, Fontana,Bacon, Pascali, Mario Merz, Penone, Polke, Vettor Pisani, Beuys .
Credo che nel tentativo di fare Arte non si debbano avere artisti di riferimento. Tutti gli artisti hanno partecipato e partecipano alla crescita dell’Arte, conquistando e regalando libertà espressiva. Nell’atto di dispensare questa libertà, l’artista é un essere incosciente.

Con quale linguaggio hai più affinità?
Non voglio legarmi ad un linguaggio in particolare: il mio nome non deve essere ricondotto all’uso di un solo linguaggio espressivo ma alla sperimentazione e contaminazione dei diversi linguaggi.

Le tue ultime opere trattano un’interessante lettura dell’emarginazione, dell’essere alieno. Come nasce il confronto con una tematica così difficile e complessa?
Penso che tu faccia riferimento all’autoritratto”Alienazione”. Questa ricerca nasce in seguito all’esigenza che ho sentito di rappresentarmi.
Rappresentarmi ha significato dovermi guardare e sentire da dentro,e da fuori scendere a patti con il rappresentato, con la mia fisicità. E’ stato inevitabile: mi sono dovuto scoprire come uomo e come artista. Ho voluto svelare il mistero che serbava il mio corpo. Nel mio autoritratto cercavo una spiegazione, qualcosa di inaspettato che risolvesse il conflitto con ciò che sentivo essermi alieno.
La realizzazione dell’autoritratto si é trasformata così in un percorso di conoscenza. Alcuni ragazzi affetti dalla sindrome di down mi hanno guidato in questo processo di acquisizione di consapevolezza, vestendo il ruolo di mediatori nel mio accostamento al mistero della diversità. Il lavoro di conoscenza é durato circa due mesi nei quali sono stato a stretto contatto con questo gruppo di ragazzi.
Perché il mio autoritratto vive nella diversità? Forse per quel distacco patologico che ho con il mio corpo, o forse per il distacco che ha il mio corpo con la realtà. Il mio lavoro diventa così la rappresentazione degli effetti che la macchina alienatrice ha sugli umani, trasformandoli in alieni (down). Questo percorso rende l’autoritratto mutevole, un trittico che racconta della mia metamorfosi “alieno-down”. Il mistero del vedersi é realizzato dal mistero della trasformazione; il mistero del ri-conoscersi é manifestato dal mistero dell’ “alieno-down”.
L’autorappresentazione doveva poi essere parte di un evento travolgente. Come portatrice di mistero indicibile doveva assumere il valore dell’avvenimento. D’altra parte noi che veniamo dalla provincia sappiamo gridare molto forte perché le nostra urla giungano alle capitali.

Questi ultimi lavori hanno qualche punto di contatto con la celebre opera di Gino de Dominicis Seconda soluzione di immortalità (l’Universo è immobile) presentata alla Biennale di Venezia del 1972?
Ti rispondo citando una cosa molto bella scritta da G.D.D. Si tratta del nono comandamento e dice: “Un’opera, una volta terminata, mi deve sorprendere e rimandarmi più energie di quante ne ho impiegate per realizzarla. L’opera in questo modo é anti-entropica e contraddice il secondo principio della termodinamica, e si riappropria così del problema della morte e dell’immortalità del corpo senza delegarlo alla scienza”.

Sei nato ad Ancona, e questo forse è un altro punto di contatto con De Dominicis. Diversamente da lui, tu hai scelto di vivere nella tua città natale. Come artista, qual è il tuo punto di vista sulla situazione dell’arte contemporanea nelle Marche?
G.D.D. ha frequentato come me l’Istituto Statale d’Arte di Ancona ed era in classe con mia madre. A differenza di G.D.D. sono rimasto nella mia città natale perché posso concedermi ampi spazi mentali e fisici per lavorare. Ma gli stimoli vengono da fuori, dai rapporti costanti che ho con le grandi città. Le Marche hanno poco da offrirti se vuoi essere un artista.
Da un po’ non seguo quello che succede in proposito nella mia regione ma i miei riferimenti continuano ad essere le persone a cui devo qualcosa. Sono i miei amici, Franco Marconi e la sua galleria, nella quale ho presentato le mie prime due personali; Luciano Marucci che mi ha reso visibile con la mostra itinerante “Markingegno”; Antonella Micaletti, Gloria Gradassi, Roberta Ridolfi, Mario Savini e Gian Ruggero Manzoni.

A cosa stai lavorando ora?
In questo momento sto sviluppando diversi progetti contemporaneamente, come é mia consuetudine.
Alcuni di questi lavori rimarranno allo stato embrionale sicuramente ancora per qualche tempo, in attesa di essere finalizzati. Per ora quindi non ne voglio parlare.

Quali sono i tuoi prossimi impegni?
Il mio prossimo impegno é il 12 aprile a Padova alla galleria Estro. Inauguro una personale, curata da Simona Cresci, dal titolo “Count Down”. Nello spazio convivranno sculture, immagini digitali e un video.
Credo che sarà una bella mostra.

bio
Rocco Dubbini è nato ad Ancona nel 1969. Tra le sue mostre ricordiamo le due personali: Acciderbolina ho lasciato le chiavi della porta santa negli altri pantaloni, a cura di Fabiola Naldi, Galleria Franco Marconi, Cupramarittima, 2001,Amici per la pelle, Galleria il Ponte Arte Contemporanea, Roma 2003 e la collettiva Autoritratti Italiani a cura di Antonio Arevalo e Aurora Fonda, Slovenia 2003.
gallerie di riferimento Il Ponte, Estro Arte, Franco Marconi

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