Categorie: parola d'artista

STUDIO VISIT | Dare un senso alle oscurità

di - 13 Giugno 2012
Il momento più propizio per visitare lo studio di Emanuele Becheri è la notte, quando il fruscio del bosco che circonda il capannone industriale arrampicato sull’Appenino toscano si attenua, lasciando posto soltanto al mormorio delle fronde accarezzate dal vento. Siamo sul bordo di una strada in salita a pochi chilometri da Vernio, un piccolo paese sopra Prato, dove Becheri lavora in un grande stanzone condiviso con lo zio, in uno dei tanti capannoni dove abitano i cinesi, impiegati nelle diverse attività del settore tessile, discussa e tormentata identità imprenditoriale della città toscana.
Sono arrivato da Roma in serata, e intorno a mezzanotte sono nello studio di Emanuele, immerso in un silenzio quasi irreale. Un lungo tavolo in fondo, cosparso di oggetti, un telo dove proiettare i suoi video, altri oggetti radunati in piccoli mucchi a terra, una poltrona vintage al centro della stanza, un altro tavolo dove Becheri tiene i suoi lavori su carta: i Rilasci, cartoncini piegati dall’artista e poi lasciati liberi di distendersi nuovamente, i Senza Titolo (Shining) fogli di cartoncino nero attraversati dalle traiettorie di alcune chiocciole e le Impressioni, fogli di carta adesiva sui quali l’artista raccoglie i segni lasciati dal tempo, che si manifestano come tracciati di polvere e ragnatele.

Segni/disegni che documentano l’evoluzione del suo lavoro dal 2006 ad oggi, che Simone Menegoi ha giustamente paragonato ad un passo dell’Historia Naturalis di Plinio legata all’origine della pittura, derivata dal profilo di un ragazzo di Corinto tracciato dalla sua fidanzata su un muro prima che lui partisse per un lungo viaggio. «Il disegno di Becheri – sottolinea Menegoi – è come quel tracciato: un segno che circoscrive una zona buia. Tolto quel buio, il segno corre sull’orlo di un vuoto». Guardiamo i fogli uno ad uno, per scegliere un’opera da mettere in mostra accanto a Dagherrotipo, l’opera che Carlo Guaita ha scelto di esporre alla galleria Fuori Campo di Siena, nell’ambito del progetto “Genealogia”, dove invita un artista toscano delle ultime generazioni a scegliere un “compagno di strada” di una generazione precedente. Emanuele mi racconta il suo rapporto con Carlo, l’affinità che li lega costruita su incontri e silenzi, come due animali notturni che si godono insieme la dimensione assoluta dell’oscurità.
Mentre sfoglio lentamente i fogli, gli chiedo che posizione occupano all’interno della sua ricerca. «Considero come elementi originari del disegno il contrasto tra il nero e il bianco, l’oscurità e la luce, il tratto, l’assenza. L’assenza, in particolare, si declina anche come assenza dell’Autore. La manualità è ridotta al minimo, e favorisce anche la nascita libera dell’opera attraverso forze altre rispetto a quelle della mia volontà», mi spiega. Poi mi accomodo sulla poltrona e Becheri proietta alcuni video, che documentano l’effimera permanenza delle cose nel tempo, come la fiamma di un accendino che si consuma lentamente (protagonista del suo primo video), o le inaspettate relazioni tra gesti e suoni: le mani di una pianista mentre esegue una composizione al pianoforte o il ticchettio dei tasti metallici di una vecchia macchina da scrivere, fino ad arrivare al suono di un foglio di carta accartocciato. «Sto esplorando insieme ad alcuni amici che compongono musica elettronica sonorità particolari, quasi psichedeliche», aggiunge mentre spegne il proiettore. Sono le due, e la notte si riprende il suo spazio, lasciando alle nostre spalle il mondo sotterraneo di Emanuele Becheri, lunare e intraprendente domatore di esseri animati ed inanimati che ha scelto per dare un senso alle proprie silenziose e incandescenti oscurità.
di ludovico pratesi

*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 79. Te l’eri perso? Abbonati!

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