Un nomadismo radicale permea il progetto piacentino. Se verranno mantenute le promesse, il secondo numero -previsto per l’estate- della rivista ffwd non manterrà nemmeno una riconoscibilità dal punto di vista grafico.
Questa prima uscita si caratterizza sotto diversi aspetti. Da un punto di vista “superficiale”, la presentazione è impeccabile, con le pagine patinate racchiuse nel doveroso cellophane e la copertina sulla quale è incollata una garza impressa con caratteri a stampa da macchina per scrivere. Entrando nel merito della sperimentazione, le pagine contengono soprattutto fotografie, ma anche disegni, collage e still da video. La sequenza è assai curata e solo apparentemente priva di coerenza, interpolata da due triple pagine.
L’aspetto più interessante riguarda l’indagine che il collettivo propone sul rapporto a-lineare fra arti visive e sound art. Sulla rivista è esercitata infatti una deliberata e perturbante omissione del testo, al punto che le immagini restano sostanzialmente prive di autorialità (a meno che non si reperiscano maggior informazioni sul sito o sui credit). Mentre nell’audio CD guide -purtroppo allegato solo alle prime 100 copie, almeno nella prima edizione- sono presenti 31 tracce. Il consiglio redazionale è quello di intersecare la visione dei lavori a stampa con l’ascolto dei brani, al ritmo di un pezzo ogni doppia o tripla pagina. Insomma, al tempo di ascolto corrisponde il tempo di visione, esercitando una forma di condizionamento dell’uditivo sul retinico che, assai spesso, in questi casi è ribaltato.
Questo tipo di operazione, oltre a essere oltremodo stimolante per comprendere l’interazione sensoriale e il rigore teorico di alcune avanguardie, non manca di proporre un aspetto che potremmo definire palesemente politico. Infatti, sovente la musica tende a fungere da decoro in ambienti dedicati alla visione -pensiamo a certa filodiffusione nei musei- mentre al contempo il vjing diviene mero contorno per le esibizioni alla consolle. In questo senso, il collettivo non limita la sua azione alla rivista, poiché produce video monocanale (l’ultimo è Cavities – Esercizi di Soggettiva, 2004), live-media act e sperimentazioni vjing, oltre al curatissimo sito web.
La rilevanza dell’intero progetto è testimoniata ulteriormente dai luoghi ove è stato presentato: lo Hidden Sound Fest di Torino, lo Spaziolima di Milano, la Rebecca Container Gallery di Genova e, a Bologna, il Modo Infoshop e la partnership con Netmage 04. Un esordio in grande stile per un gruppo déroutant, caratteristica che si evince sin dalla variabilità di una consonante. Perché, a quanto è dato di capire, il progetto è .::infernomuto::., il collettivo a cui fa riferimento e che ha prodotto il CD si chiama .::internomuto::., mentre all’altra entità .::invernomuto::. non si comprende quale ruolo assegnare. Forse l’unica soluzione è indicare il tutto con la dizione .::inF/T/Vernomuto::., in ordine rigorosamente alfabetico.
In chiusura, ovviamente qualche nome, doverosamente senza specificare se presente su carta e/o CD: Gabriele Porta, Massimo Villani, Peter Sleazy Christopherson, Black Sun Productions, Cane CapoVolto, GlobalGroove e QuBo Gas.
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marco enrico giacomelli
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