Alessandro Trapezio e Italo Zuffi, Moraduccio, 2014-2024, stampa digitale su carta blueback, cm 200x140
Le relazioni, si sa, creano inediti innesti in cui l’apertura e la condivisione di sé con l’altro sono tanto necessarie quanto felicemente imprevedibili. Come un (p)atto d’amore. Nel panorama artistico ciò acquisisce connotazioni straordinarie, cioè fuori dalle ordinarie relazioni poiché sono coinvolte menti creative il cui confronto dà forma a un progetto tangibile e visionario. Si può parlare di collettivi di artisti che, in amicizia consolidata, si alimentano vicendevolmente negli anni o di artisti che, in rapporto uno a uno, si trovano occasionalmente a sperimentare insieme, in una mostra e, più raramente, in un’unica opera.
Nel caso della mostra MORADUCCIO (fotografo + soggetto) si parla di una triplice relazione che confluisce in un progetto singolo e pluriennale. Il progetto fotografico esposto presso gli spazi di Alchemilla, a Bologna, rappresenta, infatti, un nuovo incontro per amici di vecchia data: un fotografo, un artista e un curatore. Potrebbe sembrare l’incipit di una beffarda barzelletta ma si tratta, al contrario, di una seria relazione sedimentata. Ognuno di loro ha sviluppato il proprio percorso individuale nel campo dell’arte eppure, molti anni prima, mutuale stima e simpatia (e condivisione della medesima casa per due di loro) hanno posto le basi per un rapporto perdurato negli anni.
Le fotografie allestite in grande formato raccontano una storia condivisa che inizia nello specifico dieci anni fa e che viene pubblicata in un multiplo di cento copie nel 2020. L’idea di Alessandro Trapezio e Italo Zuffi era quella di realizzare immagini dell’artista ritratto dall’amico fotografo all’interno di un paesaggio naturale ben connotato.
A questo punto subentra difatti, come lo stesso titolo suggerisce, un altro elemento di relazione, ovvero l’ambiente naturale. Il progetto MORADUCCIO si compone dell’azione sul territorio tosco-emiliano da parte degli artisti che si insinuano all’interno in una prospettiva performante per Zuffi e fotografica per Trapezio.
L’Appenino Tosco-emiliano, oltre a conservare un carattere morfologico fra i più affascinanti della penisola italiana, rappresenta un contesto ambientale direttamente inserito nelle biografie dei protagonisti. C’è chi vi è nato e chi vi ha preso confidenza negli anni, preservandolo come sereno rifugio al di fuori della città.
Moraduccio è nota come una delle oasi più apprezzate nel territorio bolognese entro la quale assopirsi, trovando ristoro durante le torbide estati. Il progetto a quattro mani offre un’insolita lettura dello scenario che diviene qui teatro delle delicate azioni di Zuffi il quale entra in contatto con la natura in modo a tratti primordiale – con gesti semplici e appartenente banali – a tratti più spirituale e contemplativo. Trapezio, ugualmente lì presente e dedito alla riscoperta di un ambiente caro, restituisce visivamente il loro passaggio, cogliendo la sospensione temporale di certi movimenti in potenza.
Argille scagliose, rocce arenarie, fiume Santerno. Gli artisti si addentrano in questo panorama e seguono il percorso dell’affluente. Dopo un arco di tempo significativo, «Abbiamo lasciato passare un po’ di tempo prima di riguardare gli scatti, poi un altro po’ di tempo prima di valutarli, un altro po’ di tempo prima di sceglierli e ancora un po’ di tempo per dimenticarli nuovamente […]», scrive Trapezio. Il lavoro congiunto trova infine spazio di presentazione. Gli artisti ritrovano l’amico e curatore Grulli che completa il cerchio e le fotografie emergono finalmente fra le cinquecentesche sale di Palazzo Vizzani.
Il finissage della mostra, il 21 dicembre, alle ore 18, vedrà in dialogo gli artisti, il curatore e Claudio Marra, già professore ordinario di Storia della Fotografia presso l’Università di Bologna.
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