Categorie: restauri

restauri | L’Apoxyomenos

di - 5 Febbraio 2007

L’Apoxyomenos, un atleta immortalato dopo la gara mentre si deterge degli unguenti di cui si era cosparso e del sudore, è un bronzo alto 1,93 cm. Quasi sicuramente copia di un originale greco, viene trasportato al Centro Sommozzatori della Polizia Croata di Lussino e immerso nella piscina delle esercitazioni. Ancora una volta, il mar Mediterraneo ha svelato inaspettatamente un tesoro nascosto da secoli. Dopo Zagabria è toccato a Firenze, nella recente esposizione svoltasi a Palazzo Medici-Riccardi, accogliere questo capolavoro del I secolo a.c..
Come per i Bronzi di Riace, i ritrovamenti in mare sono sempre legati a casi fortuiti. Il presunto “atleta”, irriconoscibile e deturpato a causa dei depositi calcarei organogeni che lo avevano rivestito, aveva i tratti modificati. L’averlo però scoperto integro, a parte un pezzo mancante sulla gamba sinistra, è stato motivo di grande soddisfazione, visto che solitamente i reperti marini vengono recuperati in condizioni ben peggiori.
Gli impegnativi lavori di restauro, durati ben quattro anni, si sono svolti in collaborazione fra l’Istituto Croato del Restauro di Zagabria e l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Un rapporto di fiducia portato avanti negli anni, che ha reso possibile il completamento del recupero e l’organizzazione della mostra. Il legame tra i due istituti s’instaurò nel 1992 a Firenze, quando la rivista Archeologia Viva organizzò una conferenza internazionale per la tutela del patrimonio della Croazia. In seguito Piero Pruneti, direttore della rivista, presentò in anteprima la scoperta e l’eccezionale restauro del capolavoro.
Il delicato intervento -condotto da Giuliano Tordi, uno dei pochi restauratori ad aver lavorato su materiali (ceramiche, metalli, legni) provenienti da relitti marini- ha visto la direzione dei lavori di Ferdinand Meder, direttore dell’Istituto Croato di Restauro, che si è avvalso del coordinamento di Maurizio Michelacci, direttore della sezione archeologica dell’Opificio. Per tutta la durata del restauro, conclusosi nel novembre del 2003, la statua è stata sottoposta a continui lavaggi in acqua non demonizzata. Il bronzo è stato svuotato per sezioni e strati, procedendo alle opportune campionature di quanto era contenuto all’interno. La datazione al carbonio 14 su un osso di pesca rinvenuto all’interno, resto forse del pasto di un topo che scelse la statua come tana, ha permesso di risalire al 20 a.c.. Un curioso aneddoto, che fa ipotizzare agli studiosi che la scultura sia rimasta coricata per lungo tempo, forse in un magazzino. Il distacco della testa, che si era separata dal tronco per lo sfaldamento della lega saldante dovuto alla lunga permanenza in acqua, ha reso possibile questo intervento.
Per quanto concerne la sistemazione nella sede espositiva, la messa in verticale della statua è stata un’altra tappa da conquistare. Essendo staticamente fragile, è stato necessario realizzare una complicata struttura interna di acciaio e bronzo con tensori regolabili che sostenessero tutta la figura, ancorandola ad un basamento antisismico.
L’intervento di restauro, in particolare la fase della ripulitura, ha messo in luce alcuni aspetti molto interessanti. Opere di questo tipo, curate nei particolari, testimoniano una buona conoscenza tecnica della fusione “a cera persa con metodo indiretto” e della saldatura. Dettagli tecnici come gli inserti di rame nelle labbra e nei capezzoli, esprimono la volontà di evidenziare la differenza cromatica con effetti di luce. In origine dovevano esserci anche occhi in avorio o pasta vitrea, non conservatisi. Anche i capelli attaccati alla fronte, “intrisi di sudore”, donano altri indizi importanti per poter affermare che il soggetto è chiaramente tardo classico. Alla figura, nonostante avesse avuto molte repliche nell’antichità, non è stato collegato finora un archetipo. Non possiede perni sotto i piedi, usati generalmente come ancoraggio per piedistalli, e il rinvenimento di una base decorata su tre lati ha fatto ipotizzare una collocazione all’interno di una nicchia a parete. Idee che rimangono per ora mere supposizioni.
È quasi una certezza invece che il bronzo derivi da modelli lisippeschi. Le braccia protese in avanti nell’atto di detergersi dal sudore e le gambe piegate sono un elegante inno alla spazialità ed al movimento. Secondo gli esperti dell’Opificio delle Pietre Dure, l’opera poteva essere destinata ad una villa romana; il suo viaggio però terminò forse durante una tempesta, in cui fu necessario alleggerire il vascello. Destino parallelo a quello dei famosi Bronzi di Riace, i quali derivano però da un periodo ben precedente a quello del nostro Atleta, più vicini ai dettami di Policleto (V sec. a.C.).
Con Policleto la tradizione peloponnesiaca tornò in contatto col mondo antico e lo studio del nudo atletico maschile condusse gli artisti ad un canone classico e severo della figura umana. Il Doriforo è l’espressione più alta di questa concezione stilistica. I Bronzi di Riace con la loro fissità ed il loro corpo statuario, sono facilmente ascrivibili allo stesso clima artistico. Lisippo invece fu l’unico scultore del IV secolo a rinnovare la tradizione della scultura atletica. Ammiratore di Alessandro Magno e artista di corte, aggiunse alla sue opere, unicamente maschili, espressione e movimento. Plinio, parlando di Lisippo, disse che egli volle rappresentare gli uomini come gli occhi li vedono, non come in realtà essi sono. Ciò spiega bene il passaggio tra l’arte classica e quella ellenistica. Tra le opere più note di Lisippo c’era appunto l’Apoxymenos, una statua bronzea del 320 a.c., che esercitò poi grande influenza nel mondo romano. Una figura allungata, idealizzata, con dettagli realistici e in moto; caratteristiche riscontrabili a pieno titolo anche nell’Atleta croato. I capelli non sono ordinati, la testa non è rivolta in avanti, ma anzi è china e rilassata nell’intimo gesto. Il corpo è modellato con cura, ma senza alcuna esagerazione “ercolina”. Osservando gli occhi e le orecchie, il volto appare asimmetrico. Le labbra viste da davanti sembrano semichiuse, quasi patisse ancora lo sforzo compiuto. Non abbiamo un eroe che si prepara all’azione con sguardo di sfida, ma un uomo affaticato da una prova fisica che si dedica a se stesso in una dignità raccolta. Particolari che evidenziano come il realismo ellenistico non solo stava apportando sostanziali modifiche nella sensiblerie dell’arte greca, ma andava influenzando oramai tutto il resto d’Europa.

valentina peppucci

[exibart]


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