La Chiesa che celebra il Giubileo del 2000 è molto diversa da quella che nel lontano 1300 accolse, per volere di Bonifacio VIII – uno dei pontefici più straordinari che la storia ricordi – le migliaia di pellegrini arrivati da tutto il mondo nella città eterna alla ricerca del perdono escatologico.
Secoli di teorie, di pratiche, di accadimenti hanno reso il Trono di Pietro un solenne scranno spirituale scevro da ambizioni teocratiche.
Bonifacio, invece, nella somma dignità anche temporale del Pontefice (sua la Bolla «Unam Sanctam» che, nel 1302 proclamava la definitiva supremazia del Papa sui principi terreni) ci credeva eccome. Profondamente. Tanto che per essa si immolò, diventando nei secoli bandiera di una chimera odiata dai più, esecrata, ma mai definitivamente tramontata, nei fatti, se non negli ultimi secoli della nostra storia cristiana.
Anno 1300, il primo Giubileo. Bonifacio VIII e il suo tempo espone 120 opere (miniature, sculture, mosaici, reperti architettonici) a cui si affida il compito di ricostruire un clima. Di riprodurre il contesto e lo spirito entro i quali maturò l’invenzione del Giubileo.
Bonifacio la volle come esempio fulgido e definitivo della supremazia teocratica. I fedeli ne decretarono il successo. Gli artisti ne costruirono il mito.
Tra le personalità di spicco le cui opere potrete trovare esposte a Palazzo Venezia si impone quella di Arnolfo di Cambio.
Sommo architetto, eccellente scultore, artista completo, Arnolfo in quegli anni lavorò per il papato teocratico. Ne alimentò in forme marmoree le tentazioni dominanti. Gli impeti anti-imperiali.
Sua, ad esempio, la bellissima «Madonna» realizzata nel 1282 per la Chiesa di San Domenico ad Orvieto che rappresenta uno dei pezzi più pregiati dell’intera esposizione.
Un’esposizione che, oltre a Roma, coinvolge anche la città di Anagni: borgo in cui Bonifacio VIII nacque e dove visse alcune delle parentesi più importanti della sua travagliata vita terrena.
domenico guarino
[exibart]
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