Qual è il vero colore della carta stampata? Di sicuro non il bianco. Né il grigio. E non soltanto perché col tempo i giornali finiscono –come si suol dire– per ingiallire.
Sarebbe il caso di verificarlo, qual è quel colore. Magari applicando sulla pagina –direttamente– un bel bianco carico, di quelli inconfutabili. Con tocco leggero e deciso, come fa Kaoru Arima (Komaki, Giappone, 1969), che prende a chiazzare con l’acrilico –con un gesto soltanto, uno dopo l’altro– fogli e fogli di quotidiani. Per poi stenderli tutti insieme, come si fa col bucato.
Senza imbrattare, però: per ogni foglio strappato, proveniente da ogni angolo del mondo, basta quella sola macchia. Che affiora densa e silenziosa, davvero pittorica, tra i titoli roboanti e le squillanti pubblicità on paper di una generic city.
Così, grazie a quel gesto minimo –lontanissimo, però, da quello volitivo di ascendenza kliniana– c’è spazio per osare qualcosa d’altro. Per raccontare, tra le colonne di un giornale, qualcosa che faccia notizia davvero. Come disegnarci sopra. Anzi: come disegnarci –tranquillamente– dentro. Nel varco creato dalla pittura, là nel mezzo, dove prende posto un pantheon stralunato fatto di ardite ibridazioni tra uomini, piante e animali; dove la matita delinea i frame di una cosmogonia per nulla quotidiana, in cui i personaggi si rincorrono nel più notturno, benché a tratti intimista, degli scenari da favola.
Un impeccabile gioco di specchi, ordito –nero su bianco su nero su bianco, con qualche variante sul tema– a tu per tu con quell’information overload che, come un’eco lontana, messa a contatto col Sol Levante della tradizione calligrafica e con una fantasia fervida e sbrigliata, letteralmente sbiadisce.
Nella sala più grande, dopo la serie dei giornali, altri disegni. Tanti, lussureggianti e, stavolta, come ravvicinati. Quasi una suite fatta di appunti svolazzanti, presi –si direbbe– parlando al telefono con elegante noncuranza.
L’artista rivendica la tradizione della giga quale pratica del disegno-poesia da frequentare “per il proprio piacere”. Ma ad accendere queste carte di una segreta attualità da paesaggio del desiderio, a ben guardare convoca la direttrice postmoderna surrealismo-immaginario manga. Il risultato, benché anche qui orchestrato su un registro acqua e sapone, è un repertorio d’immagini sfavillanti anche quando icastiche o –al contrario– concitate. Cancellato del tutto il mediascape, è ancora ai suoi frequentatori più attenti che ci si rivolge.
pericle guaglianone
mostra vista il 9 febbraio 2005
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