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Fino al 10.V.2014 | Laurent Montaron, Everything we see could be something else | Monitor, Roma

di - 2 Aprile 2014
Già noto nella città di Roma per il suo periodo di residenza presso l’Accademia Francese di Villa Medici, Laurent Montaron torna a lavorare sul rapporto tra immagine e rappresentazione, in particolar modo intesa come riproduzione veicolata dall’uso delle tecnologie (fotografia, installazioni, video, sofisticati apparecchi acustici). L’attenzione dell’artista è svolta a svelare – o ri-velare – quello che c’è al di là dell’immagine: quest’ultima non può essere svincolata dal proprio processo di creazione, dunque occorrerà che quest’ultimo venga narrato ed esplicato nei minimi passaggi.

Le immagini create dall’artista sono, in misure differenti, il risultato di una costruzione artificiale: quella che identifichiamo come opera è caratterizzata da un processo sviluppato a partire dalla registrazione della realtà – sia questa una registrazione del passaggio del tempo, delle luci, dei colori – che restituisce prima all’artista e poi allo spettatore un tentativo di riproduzione del dato oggettivo, reso possibile grazie ai complessi meccanismi della rappresentazione. Da sempre interessato allo studio sulla finzione del mondo cinematografico – nel lavoro intitolato After (2007) si era già interrogato sulla dimensione illusionistica del movimento nelle pellicole cinematografiche – Montaron riserva un grande spazio anche all’interpretazione del suo interlocutore, ovvero dello spettatore. Questa sorta di forma partecipativa di lettura dell’opera torna anche nell’ultima serie di lavori presentati alla galleria Monitor e realizzati grazie al contributo dell’Accademia di Francia – Villa Medici.
Presentato per la prima volta in Italia, il nuovo film The Nature of the self – realizzato mentre l’artista svolgeva il proprio periodo di residenza – pone al centro dell’attenzione il processo di registrazione, in particolare quella sonora. Assieme all’opera video, infatti, l’artista presenta due lavori fotografici (Everything we can describe could be something else, 2014) nei quali racconta lo sviluppo di costruzione dei macchinari acustici presenti nel corso del film. Quest’ultimo gioca sottilmente sul tema dell’identità declinato sotto diverse forme. Protagoniste del film sono due bambine, forse due sorelle, un duplice “io” che si guarda allo specchio e che dunque si duplica; gli insetti che le due bimbe stanno tagliuzzando vengono osservati attraverso una lente; le immagini in diapositiva possono essere viste solo se filtrate attraverso il proiettore. La tecnologia sviluppa una sorta di filtro che apre una riflessione sulla dimensione identitaria e il suo doppio. In sottofondo alle immagini, una voce si interroga sulla natura del proprio “io”, richiamata dal titolo stesso dell’opera.
Sempre vicino a questo tema è lo specchio dal titolo How can we hide from that which never sets?: grazie ad un processo chimico calcolato da Justus von Liebig, simile a quello utilizzato per la produzione dell’immagine fotografica e grazie ad un neon fissato in fondo alla vetrina nel quale è contenuto, l’artista si interroga sulla funzione dello sguardo. Provando a guardarsi allo specchio, lo spettatore si renderà conto che l’immagine riflessa non è la propria, ma una dimensione sdoppiata di un’altra immagine, di chi lo circonda. Piuttosto che essere strumenti di chiarezza e conoscenza, le macchine tecnologiche sono fonte di irrazionalità, oscurità e mancanza di chiarezza.
Alessandra Caldarelli
mostra visitata il 27 febbraio
dal 27 febbraio al 10 maggio 2014
Everything we see could be something else
Laurent Montaron
Monitor
Via Sforza Cesarini, 43/44 – 00186 Roma
Orari: martedì – sabato  13.00-19.00

Nata a Roma nel 1988, consegue la laurea magistrale in Storia dell'Arte nel 2012 presso Università degli Studi di Roma La Sapienza. Dopo aver fatto diverse esperienze nel campo, dalla didattica e mediazione presso il MAXXI all'esperienza in galleria tra Roma (1/9unosunove) e Parigi (Galerie Antoine Levi), nel 2014 è assistente al coordinamento delle gallerie partecipanti ad Artissima a Torino. Oggi si sta formando per diventare Registrar. Collabora con Exibart dal 2012 e da un anno anche con INSIDE ART. Scrivere è da sempre la sua passione.

Visualizza commenti

  • le macchine tecnologiche svelano la realtà dell'essere per ciò che è,cioè proiezione olografica virtuale,non sono la rappresentazione di un doppio,come credeva Althusser, ma il modo costruttivo tecnologico intelligibile della realtà fisica.......siamo immagini, e come immagini in movimento possiamo essere fermati,o rallentati anche perchè lo spazio tempo è solo una illusione ottica-percettiva,questo è dimostrato anche,da alcuni rapimenti operati dagli alieni,in cui riescono con la loro tecnologia a fermare lo scorrere della proiezione della realtà.

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