Siamo tutti sul mercato. I primi a saperlo sono i nostri volti, che corrono (addosso) allo specchio come fosse un vasetto al quale manca l’etichetta giusta. Tutt’altro che per riconoscersi, piuttosto per scovare quell’espressione –e quella soltanto– che serve; per acciuffare, come autori in cerca di personaggi, il sorriso –o il cipiglio, o l’alterigia, a seconda dei casi–guardacaso d’ordinanza. Diciamola pure, la parola crudele: per aggiustarsi. Trovando, infine, le sembianze vincenti per quella lotta quotidiana che, prima o poi, obbliga tutti –così, nel testo, il curatore Lorenzo Canova– ad apparire per esistere.
Non stupisce il gergo militare che Angelo Bellobono (Nettuno, 1964; vive a Roma) chiama direttamente in causa. Perché il vero reclutamento avviene nell’intimità, tutti i giorni, meglio se a nudo: nel bagno, addirittura. Dove a rivelarcelo, se quella faccia lì può davvero funzionare, interviene l’aggressione ravvicinata della luce artificiale.
Ecco allora un vitreo repertorio di attualissime facce, quasi uno schedario. Tanti disegni e qualche acrilico su tela, altrettanti giudizi frutto di un inconfessabile casting tra le piastrelle (quale ritratto, degno di questo nome, non è un giudizio?) che però appaiono assestati dal soggetto rappresentato a sé medesimo. Meglio quando malgré soi, quando il pensiero di una qualche inadeguatezza interviene a turbarlo, quel giudizio; quando il responso dello specchio, che così diventa un inatteso non-luogo, sembra capovolgersi a favore di una più naturale aritmia del viso. In direzione di quella verità che, come si suol dire, rientra dalla finestra dopo essere stata cacciata dalla porta: a dirci dove siamo sul serio, a farci persino più belli –però segretamente, che non si sappia in giro– proprio perché più presenti.
Così, l’operazione appare la radiografia (eccoci all’accelerazione tautologica) di uno schedario. Dove la carezza calda e senza tempo del pastello disorienta perché avvicina, addolcisce, umanizza. Come sempre, comunque, parlano gli occhi: morbidi e penetranti, quasi incastonati –come pietre dure– nel bel mezzo di un ovale ritagliato dal fondo e depilato, in un attimo che il contrappunto di un bagliore hi-tech, fermo e freddo, può rendere vertiginoso.
Insonne, “acceso” –per dirla con Bellobono– “ventiquattr’ore su ventiquattro”, il mondo ha la forma e i colori di un monitor. Ma sembra reclamare un’ultima, salvifica scansione: quella che può offrire soltanto uno sguardo di troppo. Quello sguardo –quella faccia– che, vivaddio, non serve.
pericle guaglianone
mostra visitata il 16 novembre 2004
Da un vecchio cappotto a un guantone da pugilato: la nuova mostra di Spazio Punch —visitabile fino al 10 gennaio…
Grandi ritorni, blockbuster e nuove mitologie del maxi schermo. L’agenda dei titoli imperdibili, da gennaio a dicembre
Un incendio nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio ha gravemente danneggiato la Vondelkerk, chiesa progettata da…
Nel centenario della sua morte, il Musée d’Orsay dedica la prima grande monografica francese a John Singer Sargent, restituendo alla…
FORGET AI è il primo magazine di moda cartaceo interamente generato attraverso processi di intelligenza artificiale. E sembra dirci che…
A Hobart, il museo MONA dell’eccentrico collezionista David Walsh ha presentato una nuova installazione permanente e immersiva di Anselm Kiefer,…