La siringa del pasticcere, la saldezza dell’acrilico, un cromatismo allucinato che nemmeno gli evidenziatori da ufficio. Un plot sofisticato e nondimeno chiaro, robusto, di quelli che in sede di recensione allontanano la tentazione di riparare in zona birignao, dalle parti dell’annoso “lavora sul concetto di”.
Farhad Moshiri (Shiraz, Iran, 1963; vive a Teheran) torna a Roma con la mostra che non t’aspetti, esattamente un anno dopo, completamente reloaded com’è giusto che sia. Via un bricolage massimalista, frizzante e referenziale, fatto di accostamenti incongrui e riposizionamenti (chi non ricorda Stereo Surround Sofa, l’hi-fi da rapper fuso col divanetto di gusto mediorientale, sorta di muscoloso monstrum da focolare globale?). Al suo posto, un corpus di altorilievi (su piani di mdf) realizzato pensando alle sole guarnizioni per torte. Come a dire: dal fragore dell’ideazione animata all’idea che si fa, senza sforzo, partitura.
I lavori, non pochi e tutti a parete, in egual misura rigogliosi e segnaletici, schietti e simulacrali, sono formalizzazioni di teoremi decorativi per superfici zuccherine. Né pattern né ready-made, semmai le due cose insieme. Giardini di saccarosio come plastici di mappature, rubicondi ma giocoforza stranianti, latori d’un rigore paratattico che da stucchevole si fa imprescindibile (e viceversa). Com’è ovvio ce n’è per tutti i gusti: coccarde alla fragola, campiture cassettonate con la cioccolata a striscioline, labirinti fluo costruiti/punzonati con le meringhe, monocromi con aggetti nastriformi e orditi inestricabili (se non, in teoria, cucchiaio al seguito). E non guasta l’horror vacui dell’allestimento, che fa da contrappunto all’horror vacui scandagliato dal close-up dei singoli pezzi.
Un artista attento e attrezzato, che dimostra di aver conosciuto e digerito molti degli esiti recenti della storia dell’arte occidentale (l’astrazione di Piet Mondrian e il neo-geo alla Peter Halley, ma anche la lezione di Roy Lichtenstein, per non parlare del cosiddetto sublime isterico postmoderno). E che qui sembra volgere lo sguardo avanti a sé, intento a riferire del collasso di certa ilarità decostruzionista entro la nebulosa di un paradigma estetico ulteriore, spasmodico ma aniconico (vedasi, più che Damien Hirst, il sorprendente Gabriel Orozco dell’ultima Biennale di Venezia), di sapore vagamente arabogotico.
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