Dopo l’iconografia idealizzata dell’infanzia di area impressionista (Renoir, Degas) o quella di denuncia di artisti come Longoni e Pellizza da Volpedo, le Avanguardie abbandonarono la rappresentazione descrittiva del mondo infantile. Per scoprire invece la matrice che accomuna la forza creatrice propria dei bambini con quella cui gli artisti attingono per il proprio lavoro. Oggi l’infanzia nell’arte è oggetto di una diffusa, ma poco acclamata riflessione. Silvia Argiolas e Giuliano Sale espongono per la prima volta a Roma, nello storico quartiere di Monteverde, lanciando al pubblico la loro provocazione. Lullaby è una sarcastica riflessione sull’essere bambini oggi: un urlo di sofferenza silenzioso.
Mentre Giuliano Sale inchioda sei sguardi vitrei di bambini e bambine adultomorfi, Argiolas invita a visitare luoghi di ombre e solitudini, dove bambine fragili col pupazzetto stretto in braccio non possono o non sanno più affrancarsi dal loro incubo di sofferenza.
Le ricerche dei due artisti sardi si incontrano sul tema di una società che usa l’infanzia per le sue esigenze di voyeurismo, sfruttamento economico o maltrattamento psicofisico. I bambini di Sale appaiono irrigiditi e ingessati
Nelle tele di Silvia Argiolas, invece, persino la spregiudicata Alice, sovvertitrice di valori e regole della rigida società vittoriana, si perde in luoghi umidi e freddi in un percorso di solitudine e malattia dall’esito fatale, dove la medicina diventa una droga, piuttosto che una cura. La freddezza e la solitudine della ninna nanna cantata ai bambini del mondo senza ascolto di Argiolas e Sale alludono ad una società dove gli adulti per primi soffrono i tragici effetti di un’incomunicabilità diffusa. La difficoltà di provare sentimenti porta prima alla rigidità e poi all’annullamento.
E così “È nel mondo vero, ovvero nel peggiore dei luoghi terribili, che succede d’aver voglia di star soli anche quando è troppo presto per farlo”.
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