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Fino al 14.XI.2013 | Anamericana | American Academy in Rome, Roma

di - 13 Novembre 2013
Ci sono molti modi di curare una mostra dedicata ad una collezione privata. Si può scegliere un criterio strettamente cronologico, selezionare uno o più temi cardine della raccolta, oppure semplicemente presentare le opere più significative, magari degli artisti più noti e prestigiosi. Per allestire “Anamericana”, (selezione di opere dalla collezione della Depart Foundation, in mostra fino a domani, 14 novembre), Vincenzo de Bellis invece ha preferito lavorare sul rapporto tra le opere e lo spazio che le ospita, l’American Academy in Rome, per creare un dialogo stretto, mai casuale e a tratti sorprendente.
Quaranta lavori di artisti delle ultime generazioni riuniti sotto un titolo che ironizza sul termine “americana”, utilizzato negli Stati Uniti per definire le collezioni di manufatti delle tribù primitive d’America, quasi a voler ironizzare sul senso di questa forma di patriottismo oggi, semplicemente con il prefisso an. Insomma, americani o no?

A ben vedere, all’interno della rassegna si assiste ad una messa in discussione dell’aspetto trionfalistico dell’arte a stelle e strisce, come prodotto di una rilettura della storia dell’arte statunitense a partire dal dopoguerra. Sviluppato come un racconto per capitoli tematici, il percorso inizia dall’ingresso dell’edificio, con un dialogo tra sculture legate all’idea del muro, che culmina con il confronto assai riuscito tra Supermax Wall (2006) di Sterling Ruby e Wall (2009) di Oscar Tuazon.
Nelle due sale della galleria, De Bellis ha creato un interessante contrappunto tra un’attitudine più minimalista e una rilettura di pop e street art: nella prima, dominata dall’ironia infantile di Kill Me (2012) di Rob Pruitt, spiccano le linee rigorose di Untitled (2008) di Mitzi Pederson, giocata sull’armonia tra cemento e nastri di stoffa colorata, che rimanda idealmente alla scultura di Lucien Smith Untitled (Scrap Metal 4487, 2013) realizzata con pezzi di metallo con fori di pistola. Meno significative appaiono le opere di Tom Burr Loose Blue Coveralls (2012) e Tonga (2007) di Joe Bradley, ma la mostra riprende quota con Untitled (2013) di Oscar Murillo e Dear Tenants(B)(2012) di Uri Aran, presente anche all’ultima biennale di Venezia, esemplificativo delle ricerche attualmente in corso nella Grande Mela. L’itinerario riprende sulle scale che conducono al criptoportico del piano inferiore dell’Accademia, che il curatore ha utilizzato per presentare una serie di opere bidimensionali, al posto dei manifesti delle mostre precedenti: una soluzione azzardata che crea, a mio avviso, una giusta e corretta continuità tra le opere e lega in maniera significativa la mostra alla sua sede, per lasciare posto ad alcuni interessanti lavori fotografici di artisti come Roe Etrhidge e Frances Stark.
Il gran finale di questo percorso cronologicamente à rebours, orchestrato in maniera puntuale e significativa: il dialogo tra l’installazione di Darren Bader Fruits Vegetables (2011), che rivisita il tema della natura morta barocca in chiave postsurrealista, le quattro immagini dei Rooftops (1961) di Ed Ruscha e il prezioso disegno di Mike Kelley Cowboy Snowman (2005). Un trio di opere che illustra la fascinazione per l’ordine e la simmetria che caratterizza il popolo americano, ma allo stesso tempo l’attrazione per caos e trash: due facce della stessa medaglia che questa mostra restituisce con notevole precisione e qualità.

Ludovico Pratesi
Dal 3 ottobre al 14 novembre 2013
ANAMERICANA
American Academy in Rome
Via Angelo Masina 5
00153, Roma
Info: 39 06 58461 – www.departfoundation.org

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