“Qui noi non possiamo entrare”. È quanto recita, sulla vetrina del negozietto, l’adesivo col cane stilizzato e il cartello stradale di divieto d’accesso. E fa un po’ tenerezza, quel cane cittadino, a incontrarlo mentre se ne resta fuori davvero: immobile anche senza guinzaglio, coi grandi occhi languidi e le lunghe, lunghissime orecchie che arrivano all’asfalto.
Ben altra storia raccontano i cani senza nome e senza cittadinanza, tutt’altro che cartoonizzati e – soprattutto – per nulla adesivi, rivestiti da Paolo Grassino (Torino, 1967; vive a Torino) col pvc schiumato. Insinuati – più che introdotti – ben oltre lo sbarramento di quella vetrina: dentro – ma anche intorno – alla carcassa di un vecchio pulmino. Si affacciano, là in fondo, coi loro musi tanto silenziosi da sembrare pugni. Lanciando occhiatacce, sfoderando le movenze scure e sinuose del branco, si sporgono quel tanto che basta. Delle orecchie, invece, nemmeno l’ombra: la spugna sintetica, che li fascia come guantoni da boxe, ne fa cani di pelle più che cani di paglia.
Eppure, pazientemente intessuto filo su filo, come alludendo alla fragilità del gomitolo, quel materiale così dozzinale diventa metafora del sangue che ancora oggi, incredibilmente, sembra solo polvere. E allora questa bella scultura (Analgesia D) che ci parla di una posta in palio che non c’è, finisce per apparire, più che altro, un’isola di catrame: nera da cima a fondo, com’è nero il lavoro degli uomini che sopravvivono tra i calcinacci (il lavoro raccontato con un video ipnotico ma dal sapore amatoriale, I miei vicini di casa); com’è nera persino una bocca fatta di poveri denti, quando si allarga, sul volto di quegli stessi uomini, in un freddo, aspro sorriso.
Uscendo, torna a chiederci un po’ d’attenzione il suggestivo contrasto del bianco su bianco che attraversa un’intera, taciturna parete. Su di essa, nella prima sala dopo l’ingresso, un inedito arazzo –anch’esso in pvc, sorprendentemente (mt 5 x 5) di grandi dimensioni– pare evocare un favoloso cielo invernale, coi teschi al posto delle nuvolette. A mo’ di memento mori, ma in forma di mise en abîme.
Che la storiella fosse di quelle senza tempo, l’avevamo già sospettato durante la proiezione: di fronte al rincorrersi famelico – benché in un banale intervento di recupero urbano – di piccole ruspe animate. Non a chi è senza peccato, ma a chi è senza nome appartiene la prima pietra. Il tema perenne, la buia sopravvivenza, è tornato d’attualità: c’è ancora spazio per i sorrisi di circostanza?
pericle guaglianone
mostra visitata il 28 settembre 2004
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