Una foto di Micha Bar-Am -scattata nei territori del Canale di Suez nel 1974- inquadra alcune poltrone, una diversa dall’altra, raccolte in circolo intorno ad un fuoco che lambisce i resti di quella che forse era un’altra poltrona. La natura è lì vicino, a portata di mano. Diverse per foggia e materiali -vimini o pelle, stile coloniale o Luigi Filippo- queste poltrone raccontano ognuna una storia diversa. Un po’ come i fotografi israeliani le cui immagini, cinquantacinque in tutto, riempiono le pareti del primo piano del villino Andersen. La mostra, curata da Orith Youdovich e Diego Mormorio, è una delle più interessanti di quest’ultima edizione del Festival della Fotografia. Ne sono protagonisti undici fotografi di varie generazioni. Le più giovani sono Michal Chebin (1974) e Elinor Carucci (1971), il cui nudo quasi pittorico –Eran and I, 1998- è attualmente la foto più votata on line nell’iniziativa promossa da “La Repubblica”; mentre in quinta posizione c’è l’immagine di Adi Nes (1966) che rievoca l’iconografia dell’Ultima Cena, interpretata però da militari israeliani del nostro tempo.
Punto di partenza di questo excursus fotografico, che spazia dal paesaggio al reportage, dal ritratto al puro estetismo con incursioni nella fotografia metaforica e concettuale, è proprio Micha Bar-Am (nato nel 1930 è membro dell’agenzia Magnum dal 1968), che con le sue importanti testimonianze -rigorosamente in bianco e nero- ha documentato la storia di Israele. Altro capostipite di un’intera generazione di fotografi è Simcha Shirman (1947), a Roma in occasione dell’inaugurazione della collettiva. “Le immagini di Shirman sono filosoficamente pure, semplici, dirette” – scrive Orith Youdovich – “L’autore lavora per sottrazione, toglie di scena piuttosto che mettere in scena, privilegia la nudità come espressione di una verità profonda, involucro delle angosce e delle paure degli esseri umani.”
Gli altri protagonisti sono Ori Gersht (1967) con le sue grandi foto dedicate agli ulivi -immagini quasi rarefatte dove una luce chiarissima prevale sulla natura- e Roi Kuper (1956) la cui attenzione al paesaggio, ai riflessi sull’acqua, è decisamente di matrice pittorica. Volti e corpi nelle fotografie di Elinor Carucci, Adi Nes e Michal Chebin il cui sguardo è talvolta inquietante, soprattutto quando si sofferma sulle bambine-ballerine. La presenza umana ha una sua collocazione specifica nel panorama di Ohad Matalon (1972) che coniuga varie tematiche, come nella fotografia in cui sono ritratti due ragazzini a dorso di mulo dietro ai quali si erge un’architettura di periferia rumorosa e invadente.
Il contrasto è lì, nell’immagine tipica dell’iconografia mediorientale dove l’asino è tutt’oggi un mezzo di trasporto, in un contesto quotidiano moderno, squallido ma colorato. Anche Leora Laor (1952), fotografa di formazione cinematografica, affronta il tema dell’individuo nella quotidianità urbana, mentre Yossi Breger (1960) e Gilad Ophir (1957) inquadrano edifici anonimi – prodotti dal capitalismo – lasciando che la presenza umana sia solo un’intuizione.
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