Il colore è luce. La luce è colore. Come trama e ordito i due elementi si intersecano nelle opere di Ettore Spalletti, poeta della luce, signore del colore. Un’equazione pittorica dove ai freddi termini numerici si sostituiscono poetiche visioni, realizzate in esclusiva per gli spazi monumentali di Villa Medici, uno dei tanti luoghi di Roma che, al limite del fiabesco, trasuda arte e storia. Nella città eterna Spalletti esordisce, realizzando un sogno, nel 1975, con la sua prima personale presso la galleria La tartaruga di Plinio de Martinis. Anni in cui “era forte il desiderio dell’arte quello che uno viveva e lo viveva insieme a degli amici che avevano voglia di parlare e di esistere all’interno delle stesse cose”. Da lì inizia il suo percorso, costellato da grandi eventi, dalle Biennali di Venezia alle mostre nei musei più prestigiosi. E nella capitale ritorna vestendo di luce e colore gli ambienti dell’antica Villa che domina dall’alto di Trinità dei Monti il paesaggio romano. Fuori c’è Roma, con i suoi tetti rossi; il brusio della gente anima le vie come assolati formicai. Dentro, dagli interni delle stanze risalendo lo scalone che porta ai giardini, domina il silenzio interrotto dal lento incedere dei passi. Intorno i paesaggi di colore di Spalletti attraggono per luminosità e leggerezza. Una scultura azzurra (Così com’è, fonte, 2006) nasconde al suo interno il liquido blu in un paradosso tutto pittorico: “il colore cerca dentro il colore”. Ancora un passo. E la luce degli azzurri, dei grigi sfumati, dei rosa che investono le pareti irradiano l’ambiente suggerendo architetture dell’anima che solo gli occhi della mente sanno concepire. L’artista reinventa armoniosamente lo spazio: le superfici pittoriche per un sofisticato gioco di inclinazioni diventano volumetriche
“Quando parlo dell’azzurro penso che fondamentalmente è un colore atmosferico. È un colore che non esiste in superficie, ma esiste come la realtà atmosferica che c’è intorno. L’azzurro è sempre intorno a noi…”, spiega l’artista.
Particolarissima è la tecnica formulata e ben sintetizzata nel titolo della mostra: Il colore si stende asciuga spessisce, riposa. C’è infatti un procedimento lungo fatto di gesti, quasi un rituale, in cui l’artista come un demiurgo plasma “il colore fondamentalmente costruito sulla realtà del bianco”. Sulla tavola di legno stende l’impasto di gesso e pigmenti di colore che tendono a rapprendersi come intonaco affrescato strutturandosi al supporto divenendo poi forma-colore. Asciugandosi, la polvere gessosa crea una delicata modulazione, l’artista interviene “con una abrasione e tutti i pigmenti del colore essiccati si rompono. Viene fuori un altro colore”. Nascono così i tenui azzurri, i grigi sfumati, i rosa pallidi capaci di catturare la luce. Quella particolare delle vallate abruzzesi o quella che irradia dai manti e dagli incarnati delle Madonne degli affreschi quattrocenteschi. Istintivamente si vorrebbe toccarli. Dagli occhi al tatto: la pittura di Spalletti incita al sogno, al desiderio. Interessante, oltre che chiarificatore, è il filmato che riproduce un duetto –per nulla omerico- tra Ettore Spalletti e Achille Bonito Oliva che intervista l’artista di Cappelle sul Tavo. In questo piccolo paese dell’Abruzzo, famoso un tempo per la presenza di un circuito automobilistico, Spalletti è nato e ha scoperto la sua passione per il disegno, l’idea stessa del colore. Dall’azzurro, al rosa incarnato, al grigio che li contiene tutti, al giallo che evoca la luce del sole. Colori che attraverso la vaporizzazione, ridotti a polvere danno l’idea del tempo e dello spazio.
antonietta fulvio
mostra visitata il 23 maggio 2006
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