Il Limbo è un’invenzione dantesca che non trova alcun riscontro nella teologia medievale: una piccola ingerenza d’artista, una ghost track prima del capolavoro, una location che non c’è –che non dovrebbe esserci– ma che sentiamo necessaria. Parlarne, ancora oggi che all’homo theoreticus si è andato via via sostituendo l’homo partecipans, resta operazione ardua e seducentissima. Perché si tratta di un luogo abitato eppure impraticabile; di un luogo del sublime avant la lettre, dove si sta “sospesi” eppure, paradossalmente, sospesi si rimane per sempre. Un luogo del quale solo l’arte, a conti fatti, può fare esperienza.
La personale romana di Debra Werblud (New York, 1957; vive tra Venezia e New York) consta di un intervento installativo che si sviluppa in due momenti. Ma che vive anche –e, anzi, soprattutto– nella soglia che collega e separa le due rispettive ambientazioni. Nel video, la cui proiezione è un tutt’uno col buio in sala che ne deriva, un nudo femminile (disegnato a mano sul computer e poi manipolato digitalmente) prende a ruotare in modo vorticoso dando l’impressione ambivalente di volteggiare e, nello stesso tempo, di essere intrappolato in una sequenza inviolabile. Un’apparizione, un presagio, un corpo-ventola che non smette di funzionare, l’assurdo screensaver (in carne ed ossa, su fondo nero) di un che ne sarà di noi tutto pulsazioni e geometria. Un’idea di Limbo, appunto.
Prima che la metafisica si faccia corporale, però, c’è tutto il tempo per una passeggiata invernale tra i boschi. Nella prima delle due sale, sulla parete che conta –la parete sipario, il boccaporto– a farsi metafora di ogni percezione possibile è la trama sottile e frastagliata disegnata dagli alberi contro un orizzonte che non è più nemmeno sfondo. Messi in discussione gravità e punto di osservazione, l’armonia di trame naturali reiterate diventa resoconto perturbante, caleidoscopio minimo (e ravvicinato) di una “selva oscura” senza fogliame. Nel merito, l’effetto di questi pannelli retroilluminati su bianco traslucido non si discosta troppo da quello offerto da molta cinematografia in vena di psichedelia panica. Tuttavia, a riscattarne l’imagerie abusata è proprio quel loro configurare un dispositivo scenico, mettendo in piedi un separè concettuale che si erge –concretamente– tra ipnosi dell’esperienza ed esperienza dell’ipnosi.
Infine, proseguendo in una disamina a ritroso, le due pareti che accolgono il visitatore osano la ragguardevole semplicità di esiti segnaletici: ancora sagome arboree, stilizzate e aggettanti, rovesciate –e, dunque, bloccate a mezz’aria– come still(e) di un gocciolìo (monu)mentale di tutte le cose.
pericle guaglianone
mostra visitata il 23 settembre 2005
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