Nancy Radloff (Los Angeles, 1955) è una donna minuta dall’aspetto molto poco californiano, scura di capelli e dagli occhi vivaci. La sua attività artistica è iniziata solo otto anni fa. La Radloff infatti, dopo aver studiato con John Baldessari al California Institute of the Arts di Los Angeles, e dopo una breve attività come direttore artistico di Hustler Magazine, si è ammalata gravemente e per quindici anni è stata ricoverata in numerose cliniche psichiatriche. Una volta uscita dal tunnel della malattia, la Radloff ha voluto provare a sé stessa di essere un’artista impegnandosi totalmente nel lavoro, riuscendo così a superare l’insicurezza e la paura iniziale che rischiavano di impedirle di esprimersi.
Radloff, che espone per la prima volta in Italia, realizza le sue opere con materiali di uso comune o di scarto. I ferramenta e i negozi di modellismo sono la sua passione e la principale fonte di approvvigionamento. L’artista crea dei paesaggi o delle sculture composti da svariati elementi tratti da ricordi del periodo della malattia impressi per sempre nella sua memoria. Modellini di case ricoperte di plastica e prive di finestre, prati con piscina realizzati con asciugamani verdi e frammenti di materiali di vario colore, animali realizzati con pezzetti di legno, lattine di birra ricoperte di nastro adesivo grigio, ganci, imbuti, alberelli che si usano nei plastici architettonici. Sono questi gli elementi che danno forma a paesaggi immaginari, geometricamente (troppo) perfetti, la cui urbanistica ci riporta con grazia e ironia alla provincia americana. “Ho iniziato realizzando i singoli pezzi” – ci dice l’artista – ”che ho poi messo insieme come in un patchwork ed ho creato così questo villaggetto”. In mostra non mancano delle sculture, come un tratto di strada con in mezzo dei pali telegrafici di legno, o tre bombolette di vernice spray legate tra loro con degli alberelli sul tappo.
In un angolo della galleria una sorta di strano giocattolo a motore su ruote, interamente realizzato dall’artista, continua a sbattere sulle pareti come non avesse via di scampo, ricoperto da un piccolo piano di legno dove sono appoggiati due libri: As I Lay Dying di William Faulkner e On Death and Dying di Elisabeth Kubler Ross. Sui libri un alberello, dei sassi e una minuscola scrivania grigia da medico con la sua sedia. Su una mensola ventinove rotoli di carta igienica messi l’uno in fila all’altro svolazzano grazie ad un phon acceso. “Quando andavo al liceo –racconta la Radloff– raccoglievo tutti i rotoli di carta igienica che trovavo e li mettevo nell’armadietto della scuola. Nella mia testa c’era qualcosa che svolazzava come una bandiera… ed è così che ho deciso di realizzare questa opera”.
Oggi Nancy Radloff vive a Brooklyn, sull’East River, e dalle finestre dello studio vede l’isola di Manhattan che sembra una delle sue maquette. “Sono stata malata di mente e vicina a morire. È stata per me un’esperienza traumatica, è come se mi avessero bombardato, ma ora ne sono venuta fuori e il lavoro è stato come una frustrata che ha spazzato via tutto…”.
pierluigi sacconi
mostra visitata venerdì 6 ottobre 2006
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