Negli spazi domestici della galleria, la pittura di Buell (Parigi, 1963) può presentarsi inizialmente come ospite inopportuno. Brutale, chiassosa, per nulla incline ai convenevoli della buona etichetta, l’opera dell’artista francese lascia poco spazio alle formalità, per gettare subito in faccia l’urgenza del suo messaggio necessario e interpellarci con un linguaggio potente e sonoro.
Le figure umane dipinte nelle tele in mostra sembrano aver dismesso come un abito inutile la facciata superficiale assunta per aderire ai condizionamenti della società contemporanea: o meglio di quei modelli mostrano la vera essenza, fatta di violenza sottile e squallido conformismo.
La riflessione sulla superficie fittizia delle immagini permette all’artista di penetrare in profondità, “svelando paradossalmente” – spiega lui – “un’umanità sublimata”. Sublimata non significa idealizzata: la pittura di Buell, così come quella di Francis
Dalle icone disfatte dei campioni sportivi (Wild Laker, 2003) o di Étoiles da manicomio, dalle maschere mostruose dei prodotti umani del mondo odierno (Made in USA, 2003, Made in China, 2004), Buell fa emergere la forza originaria e tragica di quello che egli stesso definisce l’Ultra-sensibile. E non si tratta –ovviamente- di un principio trascendente, ché gli esseri sofferenti dipinti in queste tele sembrano aver abbandonato da tempo qualsiasi orizzonte altro rispetto a quello della loro patetica esistenza. Il senso del sacro è nell’opera dell’artista una forza di verità che preme violentemente da dentro, da sotto le immagini, provocando in esse una “crisi epilettica” e rivelando il loro valore più profondo.
Esemplare è la serie di opere dedicata alle Vahiné, immagini femminili che rimandano al nome delle selvagge di Tahiti, ma che del fascino sensuale e materno delle bellezze ritratte da Gauguin non conservano nulla. Goffe, volgari, simili a fiori appassiti, le donne dipinte dall’artista sono fatte oggetto di deformazioni violente, frutto di una volontà di disvelamento che fa emergere il brutto, il deforme, il grottesco. Esse appaiono sia come degradazione di un modello stereotipato di bellezza, sia come testimonianza sublime e tragica.
Dallo stereotipo Buell l’alchimista ottiene l’archetipo, il modello originario: “quello del sopravvissuto” –scrive nel catalogo della mostra Jean-Luc D’Asciano- “l’uomo mutilato, l’assurdo, ovvero l’incarnazione eterna dell’essere umano”.
costanza paissan
mostra visitata il 9 novembre 2004
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