Due sontuosi padiglioni all’ex mattatoio, dieci curatori, una ventina di paesi chiamati a parlarci del loro mare (tra le nazioni coinvolte c’è persino la Bosnia, che in effetti un suo accesso in Adriatico –ancorché minuscolo– ce l’ha davvero), e ben quarantacinque artisti. Questi ultimi, a dire il vero, definiti “emergenti” un po’ frettolosamente (gli under trenta risultano soltanto in quattro, e allora considerarli in blocco in questo modo ha senso soltanto perché “emergenti” sono, in molti casi, le realtà cui appartengono).
C’è ovviamente lui: il mare (quasi) chiuso più aperto del mondo, dove idealmente immergersi e dal quale finalmente (a proposito di felici scivoloni semantici) riemergere.
Un Mediterraneo osservato dal finestrino dell’aereo, fino alla sublime indistinzione cromatica (Deanna Maganias, Mediterranean view). Oppure innalzato, in un incanto di bracciate tra le nuvole, dentro un cielo capovolto fatto d’acqua e plastica (Avish Khebrehzadeh, Horizon I).
Ma ci sono, soprattutto, tante città deserte, spesso inquiete e senza volto, che appaiono concepite più per le automobili che per le persone. Osservate –quasi sempre di notte– con la fredda veemenza degli stessi occhi elettronici che sembrano renderle invivibili. Spesso incredibilmente sfigurate, come quelle greche (Dimitris Tsoublekas, Free Parking). Qualche volta sparpagliate, ridotte a plastici paradossali dove –nel legno– trovare finalmente un po’ d’ombra (Nahum Tevet, Page from a catalogne). Oppure raccontate nel loro risveglio e ridipinte, come quelle albanesi, ma sempre dal chiuso di un abitacolo e con gli occhi lucidi (Anri Sala, Dammi i colori). Quasi sempre, però, deliberatamente registrate, in un susseguirsi di immagini senza sconti che ormai sono –incredibilmente– familiari. Come le pesanti parabole, così solenni (Hassan Khan, Transmission) da sembrare i carri armati che poi, fatalmente, compaiono davvero (Amit Goren, Three).
Tanti video, insomma, come tanti specchi. Implacabili. In uno sguardo che è quasi sempre troppo fermo, tuttavia, per ambire –oltre che soltanto a scuotere– finalmente anche a posarsi. Resta allora qualche lampo, a riferirci con più durevole intensità di questa realtà mediterranea di inizio secolo. E lo scorgiamo negli interventi più felicemente obliqui. Nell’efferatezza di una spettacolare gara tra fuoristrada lungo una costa che sembra anch’essa d’acciaio (Yael Bartana, Kings of the hill). Nella potenza simbolica di un corteo che ostenta, tra le strade vuote, l’eloquenza muta di tanti cartelli semplicemente specchianti (Mircea Cantor, The landscape is changing). Oppure, in un rombo assordante, nell’orrore di un muro nero che gronda sangue e che diventa sempre più alto, di fronte al muso di un tranquillo rapace e a quello –un po’ meno tranquillo– dell’ennesima auto di grossa cilindrata (Wael Shawky, Dudge Ram).
pericle guaglianone
mostra visitata il 7 luglio 2004
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