Lo spazio espositivo presenta un’anomalia: consta di tre ambienti, che gli artisti solitamente interpretano come altrettanti step, ma è di fatto bipartito. Due ingressi danno su un cortile interno e disegnano, seppure in scala minima, traiettorie separate (per capirsi: “maniche” corta e lunga, disgiunte e disposte ad angolo retto). L’artista di turno è libero di non curarsene, e ci mancherebbe. Altrimenti, all’opposto, può scegliere di problematizzare l’idea stessa di diramazione, magari sottoponendo a stress concettuale un’articolazione spaziale giocoforza gerarchica.
Appollaiato com’è sul crocevia tra incombenza “tettonica” degli elementi e dynamis entropizzante di un paradigma fisico “fluido”, pulviscolare, non più regolato dalla geometria euclidea, Jorge Peris (Valencia 1969; vive a Madrid e a Londra) non poteva lasciarsi sfuggire un’occasione del genere. E lo stesso avrebbero fatto artisti come Gregor Schneider o Hans Schabus. Con un fiat secco e totalizzante, agendo simultaneamente “per via di levare” e “di porre”, lo spagnolo ha letteralmente –materialmente– duplicato l’ambiente minore nel locale più grande, quello già “doppio” perché suddiviso. Ha rivestito pareti e soffitto con robusti fogli di resina, ne ha divelto ogni singolo metro quadro (circa) e ha quindi trasferito il ricavato –il “rimosso”, che paradossalmente sta in superficie–, nel bel mezzo delle altre due “stanze”.
Bersaglio centrato: l’installazione semiarchitettonica di una struttura ulteriore ma intransitiva, di un vano –sacello e, insieme, roulotte– che staziona incastonato come mero report, determina un riassetto generale e designa l’ambita circolarità tra scompaginamento percettivo e compensazione morfologico-planimetrica.
Si hanno, con l’ausilio del legno a listelli, in aggiunta agli altri tre, un ambiente e un dispositivo quarti, metalinguistici, superficiali eppure complessivi –tutto “materiale” per filosofeggiare di meccanica quantistica, quarta dimensione et similia–, che occupano, aggiungono e nel contempo raccontano spazio.
Un bersaglio, si dirà, fin troppo facile. Gli esiti di una messa in questione degli equilibri architettonici, parimenti glitch e minimalisti, sporchi e rigorosi, non sono inediti né, nella fattispecie, particolarmente spettacolari. E tuttavia, se il cerchio si chiude in modo efficace e strutturante, è perché il ricorso alla lana di vetro e lo statuto del guardare-attraverso cui l’operazione si consacra a partire dal titolo, s’intrecciano effettivamente in modo inestricabile.
pericle guaglianone
mostra visitata il 19 aprile 2007
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