Lontana dalle minacce nucleari, la Corea torna ad essere oggetto dâinteresse artistico e meritevole di un approccio particolareggiato. White & White è un candido tandem italo-coreano dallâaplomb filosofico, estetico e fascinoso; tuttavia di schietta fusione culturale neanche a parlarne, due livelli separati per due penisole diverse, evitando relazioni e confronti troppo diretti. Dialogo si, ma a distanza.
Conseguenza è un allestimento diviso per gruppi, che lascia ai coreani il compito di rompere il ghiaccio. Immediato però occorre fare un appunto in nome di Nam June Paik: dâaccordo inserirlo ad inizio percorso, ma la sua collocazione speculare alla biglietteria/bookshop risulta piuttosto appartata e poco valorizzante. E pensare che Zen per TV costituisce il fulcro della mostra, sottile linea bianca su schermo televisivo, un piccolo capolavoro che nel proprio minimalismo racchiude tanta finezza intellettuale e unâarguzia innovatrice anche un poâ politicamente scorretta.
Il resto del piano terra è una bipartizione che nella prima parte presenta lavori perlopiĂš datati tra gli anni Settanta e Novanta. In mezzo a questi risalta lâoccidentalitĂ informale della scrittura puro-segnica di Leo Bo Park, mentre le poche incursioni nei Duemila, come i gessi di Insu Choi o lâacciaio patinato di In-Kyum Kim, scultura capace di una finzione prospettica degna di Borromini a Palazzo Spada, paiono posizionate lĂŹ piĂš per ragioni spazio-scenografiche che di progressione sistematica.
Nella seconda parte un contemporaneo âdellâultima oraâ, interessante e meditativo come le pregevoli sequenze di Shin Il Kim, tre video che studiano i movimenti degli spettatori di fronte alle opere dâarte, gesti tanto naturalmente stereotipati da rendere difficile non riconoscersi in chi si sposta per scrutare al meglio o chi in coppia commenta parlando nellâorecchio del proprio vicino. Un viaggio nellâestetica della transitorietĂ sono le saponette consumate di Bohnchang Koo, simili a marmi levigati, pura poetica invece nei sottili fili di rame con i quali Kwang-Ho Jeong intreccia una grande foglia ricca di stupende nervature. Senzâaltro piacevole trovare a fianco di ogni opera un breve testo scritto dallâartista; un poâ meno che i suddetti testi preferiscano lettori indietro con lâetĂ , esenti da mal di schiena e con vista dieci decimi.
Ai âpiani altiâ si ritrova un poâ di orgoglio italiano, in uno spazio tanto raccolto da sembrare quello di un appartamento, parquet compreso. Luci puntate su Crescita di Emanuela Fiorelli, da godere in tutta la tridimensionalitĂ bianca dellâelastico tirato e nei relativi giochi ombra/luce; questâultimo è un binomio che calza perfettamente anche a Fabrizio Corneli, forse il piĂš coreano degli italiani con le sue figure immateriali cariche di lirismo evocativo.
La bianca ricognizione si conclude tra gli ambienti della collezione permanente, con un nutrito capannello di opere comprendente i curiosi ricami sonori di Stato di Famiglia e gli White Scratches di Oan Kyu, inchiostri su carte vegetali che per leggerezza compositiva ricordano alcune sculture di Melotti.
PerchĂŠ unâartista coreana tra gli italiani? Semplice, la Kyu lavora tra Seul e Roma. E al pari di Paik, che la mostra suggerisce quale anello di congiunzione italo-coreano, si rivela una perfetta figura-ponte tra Oriente e Occidente.
Andrea Rossetti
mostra visitata il 12 aprile 2013
dal 29 marzo al 2 giugno 2013
White & White nel dialogo tra Corea e Italia
Museo Carlo Bilotti
Via Fiorello La Guardia 6 â (00197) Roma
Orari: da martedĂŹ a venerdĂŹ, ore 10 â 16; sabato e domenica, ore 10 â 19