“Desideralo! Ottienilo! E se proprio non ci riesci, fingi!”. Un aforisma, un modello di vita o un’ottimistica visione del potenziale che ogni “umano” che si rispetti deve tenere sempre a memoria? Ivan Civic (Sarajevo 1979; vive a Berlino) ne fa riflessione in un percorso espositivo a tratti –step o cosiddetti level up– drammaticamente intimista e a tratti ludico-interattivo. Presumendo una risposta da un pubblico la cui resistenza fisica viene messa in gioco.
Moduli pittorici parietali disegnano frecce in direzione opposte; imprimono immediatamente una circolarità spazio-temporale che lascia intuire, senza svelare, una costante ciclica in tutto il lavoro. Video installazioni sparse nel territorio espositivo in cui l’artista viene sdoppiato, triplicato e proiettato prepotentemente ancora una volta sulla parete. Veste i panni di un deus ex macchina (un inconsistente mago di Oz, a tratti frustrato) che detta indicazioni al performer, finalmente in carne ed ossa, il cui happening si fa sequenza progressiva di un personaggio sottoposto a prove da superare. Una sorta di videogioco il cui scopo è diventare the artist super hero the world needs.
Le prove sono di natura fisica, psicologica e interattiva: dal sollevamento pesi, agli addominali su panca; dal goffo colloquio biografico con lo spettatore, alla ludica, a tratti istericamente drammatica, lap dance, in cui Civic, ormai in mutande e stivaletti, dà prova di essere un vero e proprio artista-intrattenitore (proprio come il suo alter-ego, dalle tante parrucche, lo incoraggia ad essere). Fino all’intimo esame di coscienza con se stesso (tipo atto di dolore), con il suggestivo arrossamento del petto per via del battere del pugno su di esso che si relaziona alla “berniniana gonna” di carta dorata sottostante, a coprire la quasi completa nudità.
Le diverse iconografie dell’avatar proiettato propongono modelli comportamentali, vere e proprie “maschere” miranti ad esprimere quello che è il fine precipuo di questo progetto, iniziato precedentemente nella galleria Estro di Padova a giugno 2006 con il titolo Breeding Brass Pearls. Si tratta dell’affermazione dell’io attraverso l’iper-utilizzo del corpo (molto anni ’70), in relazione ad un’autocontrapposizione che afferma una singolarità in un multiplo contesto contemporaneo. La scuola Abramovic non esita a venir fuori, intuitivamente, in questo sovraccaricamento fisico, prima, ed esplicitamente, poi, quando la famosa artista appare nel video a simboleggiare, o forse illudere, il bonus-possibilità di raggiungimento dello scopo.
Il tempo assai disteso di tre ore, oltre a ratificare gli insegnamenti di mamma Abramovic, conferma, intanto, l’anima gestuale di cui è composto il progetto e, successivamente, l’intenzione di trasmettere al pubblico quella stanchezza che sarà la chiave di lettura di un’interazione programmata e forse necessaria.
Il progetto va a chiudersi in una sorta di “camera di decompressione” in cui, in una piccola diramazione dello spazio espositivo, troviamo installati degli autoscatti su polaroid raffiguranti i vari personaggi di questa “installazione performativa”.
alessandro facente
mostra visitata il 12 dicembre 2006
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