La prima cosa che colpisce osservando le fotografie di Maurice Scheltens è la dissonanza tra la familiarità dell’immagine -ben presente al repertorio iconografico dello spettatore- e il montaggio precario degli elementi che la compongono.
I quadri di fiori, frutta, e oggetti suntuari tipici della pittura olandese Secolo d’Oro, si prestano come modello per i set che l’artista assembla di fronte all’obiettivo: nuove nature morte di fotografie ritagliate e poi incollate su supporti cartacei. Le citazioni tuttavia non sono mai complete o letterali e il sistema di significati e riferimenti comuni che rendeva leggibile e rappresentativo il genere seicentesco si rifrange in un
In Avalanche, la più grande tra le stampe di questa serie, i frammenti si sovrappongono e si allineano senza coerenza prospettica, poiché ciascuno conserva la luce e la posa del primo scatto. In basso a destra, disponendo quasi in piano le sagome degli anemoni e delle pesche, l’artista ha creato una sorta di anamorfosi che non ha chiave e in questo angolo di gioco rivelatore ha inserito ritagli rovesciati, le cui forme accolgono parole e scrittura. Il brano esplicitamente logora il confronto tra l’illusionismo colto e simbolico dell’originale e la sterilità di figure che non rimandano a niente, non rappresentano nulla se non una vocazione infinita al mutamento di segno.
Allo stesso modo in Glossy Scheltens denuncia l’opacità dei suoi oggetti e le figure di brocche e bicchieri si sbiancano e appiattiscono, colpite nuovamente dalla luce, mentre in Still life without food lo sfondo bianco e uniforme inscatola l’autosufficienza del messaggio.
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