I temi sono gli stessi della sua pittura: fiori, nature morte, maschere, particolari di città poco riconoscibili, come una finestra o un aeroporto. Luoghi che Marilù Eustachio (Merano, 1934) conosce bene e ha vissuto, ma che in sé sono assolutamente anonimi. L’intervento dell’artista è prima di tutto nella raccolta di oggetti curiosi che successivamente fotografa. E’ dal 1990 che Eustachio inizia ad esporre le sue fotografie, realizzando anche libri fotografici (è particolarmente affezionata a Et in Argadia Ego del 1993, un lavoro sui cimiteri dell’Alto Adige), eppure non si considera una fotografa. “Ho sempre preso seriamente la fotografia, vista la passione con cui mi ci dedicavo. Però avevo anche” dichiara l’artista “la consapevolezza che c’è differenza tra un pittore che fotografa – mi viene in mente ad esempio Wols, ma ce ne sono tantissimi altri – e un fotografo professionista. Del resto non mi sono mai ritenuta una fotografa, perché ho impiegato tempo ed energie nel disegno e nella pittura, e non credo che si possano fare due professioni seriamente. Se ne deve necessariamente considerare una come la principale e l’altra secondaria.”
La luce è un elemento fondamentale del suo lavoro, soprattutto quella del mattino e dell’imbrunire, magica, poetica e misteriosa. Da quando, ancora bambina, il papà le regalò la sua Kodak a soffietto, Marilù non ha mai smesso di fotografare, soprattutto quando è in viaggio. Sarebbe inconcepibile, per lei, partire senza la macchina fotografica.
Per discrezione non fotografa mai gli individui, attratta piuttosto dai luoghi, paesaggi e dettagli architettonici. “E’ un paesaggio reale e al tempo stesso immaginario, ampio e disteso, punteggiato da forti segni verticali e orizzontali”, nota Marina Miraglia nel catalogo della mostra. Un paesaggio pregno di riferimenti culturali -letterari prima di tutto, ma anche poetici e musicali- di cui l’artista si è sempre nutrita.
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