Alla ricerca dell’identità perduta: quello di Raphael Thierry (Tunisi, 1972; vive a Parigi) è un viaggio nei meandri della società. Una società nella quale, per sopravvivere, si è costretti a “identificarsi” continuamente in un ruolo o in un gruppo riconosciuti. L’artista, che ha già debuttato a Roma con due mostre a Villa Medici, ci racconta la sua indagine attraverso lo studio pittorico del volto umano e dei segni che il tempo imprime su di esso.
Nel frangente di una settimana appena, Thierry è riuscito a “materializzare” le opere da esibire grazie ad un lavoro concentratissimo, trasformando così la galleria da semplice spazio espositivo a contesto creativo e dinamico, in cui far prendere vita ai lavori e far circolare persone e idee. Realizzando un vero e proprio atelier su strada, l’artista si è messo letteralmente in vetrina, permettendo a coloro che passeggiavano per i caratteristici vicoletti del centro storico, di intervenire visivamente ed emozionalmente nel work in progress (nonché vero e proprio tour de force) cha ha visto coinvolti anche curatore e galleristi, in una sorta di sentita “com-partecipazione”.
Come ha illustrato lui stesso, il progetto prevedeva inizialmente la realizzazione di ritratti di soggetti differenti, tutti rigorosamente ispirati da fotografie scattate dall’artista in giro per il mondo. Dopo un attento studio, però, Thierry ha preferito concentrarsi su un’unica persona, un suo amico nonché gallerista, i cui tratti somatici lo hanno stregato permettendogli di lasciare emergere le tante identità che si nascondono in una sola. Il prodotto conclusivo sono una ventina di dipinti, tutti del medesimo formato, che ricoprono le brevi pareti dello spazio conferendogli un certo movimento, come un fotogramma cinematografico. Con una pennellata che riecheggia fortemente Bacon, allo stesso tempo rarefatta e pastosa, non finita e stratificata, Thierry penetra in un percorso di ricerca già battuto non solo dal pittore d’oltremanica, che del trascorrere del tempo sulla tela ha fatto la chiave di lettura del suo operare, ma prima di lui da Pollock.
L’americano infatti, attraverso le sgocciolature, trasformava i suoi immensi all over in mappature stratificate, in cui il percorso a ritroso nel tempo e l’anamnesi del segno si sarebbero rivelati gli ingredienti più rivoluzionari. E se si procede ancora più indietro, non si può evitare di guardare al lavoro di Van Gogh, Monet e Degas, maestri della serialità e dell’indagine sulle mutazioni transitorie della luce.
Thierry ha completato la sua indagine con un video di carattere documentario che, con le più di 4000 foto scattate durante i lavori, permette di entrare nel vivo dei cambiamenti avvenuti in corso d’opera, mettendoli in relazione con quelli che occorrono sul viso umano nel suo trascorrere temporale. Intervistato, l’artista ha confidato: “È una questione di identità, certo, ma non solo di quella collettiva, in termini generali. Si può trattare anche di una ricerca sulla mia identità, quella dell’artista.”
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brave, finora manco una mostra brutta
Ho conosciuto Raphael Thierry all'inaugurazione della sua mostra che si teneva a Villa Medici lo scorso anno ... una mostra che mi emozionò moltissimo... mio marito ha acquistato alcuni suoi quadri che ora regnano in casa nostra... è un vero artista, è incredibile ciò che fa, un vero talento... qualche giorno fa sono passata in via dei cappellari ho potuto apprezzare queste nuove opere. Sono felice che sia tornato a Roma. In Francia nell'Abbazia di Royaumont ha esposto delle opere meravigliose... Complimenti Raphael sei davvero un grande. Paola