Un piede femminile -legato- esce da una macchia rossa. E’ l’icona di Riti sacri. Riti Profani, selezione dell’ultima edizione dei Rencontres de la Photographie Africaine di Bamako (2003), ospitata dalla Calcografia nell’ambito del IV° Festival Internazionale delle Culture dell’Africa Contemporanea. La foto, che fa parte della sequenza intitolata Relique d’un corps domestique, è opera di Myriam Mihindou (Gabon, 1964). Quattro mani e un piede in cui l’impossibilità di movimento è un chiaro riferimento alla mancanza di libertà che l’autrice stessa ha vissuto sulla propria pelle, essendo figlia di un esiliato politico. Giocate sulla dualità uomo/donna, invece, con una tavolozza di sentimenti che va dalla passione alla tenerezza, le quattordici foto in bianco e nero (il titolo è Rituals) del giovane fotografo nigeriano Emeka Okereke (1980), in cui l’abbraccio mentale -prima ancora che fisico- rende complice lo spettatore. Sia le foto della Mihindou che quelle di Okereke, esposte per la prima volta a Roma, erano già state presentate a Milano nel 2004 in occasione di Made in Africa Fotografia.
Intorno alla tematica del corpo femminile ruota il lavoro di altri due fotografi: Ingrid Mwangi (Nairobi 1975) e Ousmane Ndiaye detto Dago (Ndiobène, Senegal 1951). Ancora mani e piedi, negli scatti della Mwangi, le cicatrici sul dorso e anche un volto: è il volto dell’artista, come pure il corpo. Interpretare il già visto, gli stereotipi è per lei un tentativo artistico per scuotere le coscienze. Immagini ancestrali quelle che affiorano nelle stampe a colori di Dago (Femme-Terre). L’obiettivo del fotografo trasforma il corpo femminile in scultura, inserendo batik colorati, veli e stuoie di paglia intrecciata.
Alla stratificazione dell’informazione -o meglio della disinformazione- dedica la sua attenzione Emeka Udemba (1968). L’artista nigeriano sembra affascinato dai muri ricoperti di manifesti, del resto lo sono stati in parecchi dalla Pop Art in poi, Mimmo Rotella incluso. Un’altra sezione della mostra romana è dedicata ad alcuni autori dello Zimbawe -diversi fra loro per età, formazione, sesso- invitati a partecipare all’Esposizione Nazionale dello Zimbawe: Chicago Dzviti, Fidelis Zvomuya, Shamiso Mupure, William Nyamuchengwa e Doreen Sibanda. Nelle loro fotografie c’è un filo conduttore molto evidente: la volontà di documentare la realtà sociale e politica del Paese. Tranne i ritratti i bianco e nero di Chicago Dvizi (1961-1995), che ritrae volti e momenti per lo più maschili, tutti gli altri artisti usano il colore per i loro reportage che, come in una sequenza cinematografica, si soffermano sui riti quotidiani del lavoro, del viaggio, del cibo, delle manifestazioni, senza perdere di vista la morte che è lì, sempre in agguato, come ricorda la presenza di quelle bare fabbricate artigianalmente.
manuela de leonardis
mostra visitata il 14 giugno 2005
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