I protagonisti sono due. Il primo, il Teatro India di Roma, è un luogo ricco di storia, votato alle trasformazioni e pronto ad essere oggetto di un ulteriore intervento qualificante. Il secondo è Marco Fantini (Vicenza 1965), artista desideroso di dirigere la mise en scène delle proprie “sensazioni più profonde”. L’esposizione in corso è lo sviluppo di una trama in cui l’incontro, il mutuo scambio, l’arricchimento reciproco sono i temi centrali.
“Ho cercato di restituire all’India ciò che mi ha dato” -dice Fantini- “ciò che la percezione sensibile dei suoi spazi ha stampato indelebilmente sulla rètina della mia emotività…”. L’artista si serve di una sensibilità d’architetto, sfruttando le proprie origini vicentine, legate al teatro quasi per via genetica, e reinventandosi regista di un’esposizione dal forte impatto scenico. Il risultato è infatti “uno spettacolo intenso” -come spiega il curatore Luca Beatrice- “un dialogo tra la pittura, la scultura, il disegno, l’installazione, il palcoscenico…”.
Il teatro da brookiano “spazio vuoto” diviene allora, grazie alle opere di Fantini, luogo di un evento che si dispiega nel tempo e si mostra nel ritmo cadenzato di un’illuminazione decisamente spettacolare. Lungo l’accidentato sentiero di buio e luci variabili, le opere in mostra sono inquietanti apparizioni di sogno, improvvise e fugaci.
L’immaginario che si dispiega di fronte agli occhi del visitatore trae dal teatro forma, ispirazione e modalità di presentazione.
La monumentale, disumana “maschera-teschio” di Pulcinella incombe dalla tribuna della sala, inducendo quesiti “amletici” sulla natura, reale o onirica, della sua apparizione. Come nei sogni, l’immagine si moltiplica ossessivamente nelle altre opere scultoree. Si frantuma nel Parterre di venti teschi di pietra, gesso e cera. Si sdoppia nella sua nuda Struttura e nel suo involucro di Pelle. Infine fluttua nei panni di un Casanova, la maschera immanente, al centro di una forma impossibile (reiterata anch’essa nelle strutture prismatiche di Verba volant).
Il teschio, insieme maschera e volto, è soggetto anche nei dipinti a infinite variazioni. La bella pittura di Fantini richiama le anamorfosi di Hans Holbein e le figure “sfigurate” di Francis Bacon o Alberto Giacometti. Con la stessa eclettica disinvoltura l’artista
Fondendo registri, unendo serio e faceto, moltiplicando i riferimenti al teatro, all’arte figurativa, alla cultura di massa, l’opera di Fantini mantiene comunque la propria innegabile originalità. Testimonianza di tale intonazione particolare è data dai cento disegni a penna su carta della serie Verba crucis, in mostra nella seconda sala espositiva. Nell’apparente modestia di questi incroci inconsueti di parole e figure, a metà tra il fumetto e l’appunto distratto, l’artista riesce però ad esprimere tutto il fascino della propria fervida immaginazione. In essa il “mondo” (titolo di una recente personale dell’artista) esterno e le profondità intime della memoria e della fantasia diventano una cosa sola, alimentando un’opera piacevole e accattivante.
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