Dal padre pittore, che negli anni Venti aveva fatto parte in Venezuela di un gruppo scapigliato – futurista, Bianca Pucciarelli Menna (Salerno, 1931) ha appreso l’amore per l’arte. Dalla madre, suffragetta non militante, quella vena ironica e dissacrante che è sempre presente nei suoi lavori. Altra figura fondamentale della sua vita è quella dello storico e critico d’arte Filiberto Menna (1926-1988), con il quale ha creato nel 1974 il Lavatoio Contumaciale, fulcro della vita artistica romana di quegli anni.
La foto di Bianca in abito nuziale che da pendant all’altra in cui indossa abiti maschili, è stata scattata proprio il giorno del matrimonio con Filiberto Menna, ma ha assunto un altro significato quando è diventata oggetto di performance con il titolo Tomaso Binga e Bianca Menna Oggi Spose alla Galleria Campo D di Roma nel ‘77. L’artista sposava la donna o la donna sposava l’artista? Il clima era quello esplosivo e fecondo degli anni Settanta in cui la donna urlava le sue rivendicazioni. Scegliendo uno pseudonimo maschile, Tomaso Binga, contestava il privilegio maschile anche in campo artistico, perché “L’artista non è un uomo o una donna, ma una persona”.
Questo è un concetto che vale la pena sottolineare ancora oggi, trent’anni dopo. L’occasione è la personale Autoritratto di un matrimonio, che Roma le dedica il Museo Laboratorio di Arte Contemporanea di Roma. Curata da Simonetta Lux e Maria Francesca Zeuli questa mostra ripercorre le tappe dell’artista, a partire dai primi lavori di polistirolo degli anni ’70, nati dall’assemblaggio di materiali riciclati. In questi oggetti-immagine –Omaggio a Ungaretti, Piedi, Tabernacolo per una zebra– eredi diretti della poesia visiva, la scrittura appare timidamente in forma di sigla o parola dilatata, finché -passando per i ritratti analogici– subisce un processo di desemantizzazione, trasformandosi in puro segno grafico.
Il segno/scrittura si diffonde su supporti cartacei (Lettere al mittente, Carte da parato), ma anche su oggetti d’altro uso (Abbassalingua, Strigatoio), purché ricordino le righe o la quadrettatura del foglio. Nel 1975-76 nasce l’Alfabeto del corpo, in cui il corpo umano diventa esso stesso scrittura. L’aspetto provocatorio (il corpo nudo è quello dell’artista) e dissacrante (religione cattolica) è esemplificato in un grande lavoro fotografico, Mater o Litanie Lauretane, nato nel 1976 dalla collaborazione con la fotografa Verita Monselles. Il percorso successivo, che vede l’introduzione di elementi tecnologici -dalla macchina da scrivere al computer (Dattilocodice”, “Biographic)- è sempre, comunque, orientato verso la poesia. Con un tono che è frizzante e ironico ed insieme, necessariamente, fa riflettere.
manuela de leonardis
mostra visitata il 10 febbraio 2005
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Apprezzo molto il lavoro di Tomaso Binga, coerente, ironica, elegante.
Sul mio blog gli dedico una foto....