Il suo temperamento appassionato e pieno di determinazione,
il percorso privo di alterazioni e senza soluzione di continuità, dove condotta
individuale e tracciato professionale si fondono saldamente e l’esercizio della
libertà creativa coincide sempre con quello della libertà individuale. Anche
nei momenti critici della sua esistenza e nella varietà linguistica e
operativa.
Così la tela rappresenta una porzione narrativa, e l’installazione
diventa il racconto, trasposto in chiave emozionale e sensoriale, dove i sensi hanno
la meglio sulla ragione e il corpo sulla mente, come in alcuni suoi lavori sonori
esposti, o in quelli luminosi inediti e nelle numerose ceramiche che percorrono
la scala d’accesso al piano superiore dell’Aranciera.
Lo “spazio Accardi” abbandona definitivamente la figurazione
a favore di un alfabeto cromatico pittorico formalista e concretista che non
racconta né descrive altre forme di esistenza, perché gli è sufficiente la
propria autonomia semantica, nei ritmi come nei discorsi che ogni singola opera
conduce. Così il pavimento in feltro calpestabile, gli ombrellini, i lenzuoli.
I grandi tubi in plexiglas illuminati. Nei suoi lavori, segno, composizione, campitura/spazio,
ritmo, colore manifestano sempre uno spiccato accenno ambientale e installativo.
Più che un’esposizione, si tratta di un adattamento
all’ambiente. Una continua tensione verso l’esterno attraverso semplicissimi segni
astratti – all’apparenza sprovvisti di significato concettuale -, chiaro emblema
sin dalla nascita dell’astrattismo in Italia, molto caro anche a Dorazio. Arte perciò come utilità,
bellezza, annullamento della profondità, dello spessore; fatta di piccoli segni
cromatici tracciati a olio o tempera, che si rincorrono sulle tele come pensieri
sparsi che formulano intrecci; e sui materiali plastici i colori galleggiano in
una sorta di vuoto ottico.
Carla Accardi recupera la tela grezza.
Contamina, fonde, contestualizza: “Come
vorrei essere una persona capace di vedere tutto questo come se non avesse con
esso altro rapporto se non vederlo […] Non aver imparato fin dalla nascita ad
attribuire significati usati a tutte queste cose; poter separare l’immagine che
le cose hanno in sé dall’immagine che è stata loro imposta. […] Ciò che
vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo. E se tutti noi fossimo sogni
che qualcuno sogna, pensieri che qualcuno pensa?” (Pessoa).
Come un cerchio che si chiude, non esiste mai un punto di
origine né una conclusione, ma un unico filo rosso che l’accompagna dal 1947 a
oggi.
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mostra visitata il 9 dicembre 2010
dal 30 novembre 2010 al
27 febbraio 2011
Carla Accardi – Spazio,
ritmo e colore
a cura
di Pier Paolo Pancotto
Museo
Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese
Viale Fiorello La Guardia, 4 – 00197 Roma
Orario: da martedì a domenica ore 9-19 (la biglietteria chiude mezz’ora prima)
Ingresso: intero € 6; ridotto € 4
Catalogo Gli Ori
Info: tel. +39 060608; museo.bilotti@comune.roma.it; www.museocarlobilotti.it
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