Il giovanissimo pittore Ettore Frani (Termoli, Campobasso, 1978) presenta nelle sue opere i frutti di un poetico “amore universale”: non da intendere come francescana attitudine di adorazione di fronte alla natura e agli uomini, quanto come apertura al flusso generale del mondo, permeabilità alle cose, alle visioni, agli incontri.
I suoi dipinti sono “frammenti carnali e pietre, polvere e carte” scrive il curatore Antonio Picariello “memorie visioni atti della gioia e della disperazione”. Il che significa che essi contengono tutte le frequenze e le temperature di un vissuto profondamente sentito, trasformato in sedimento della memoria: un deposito d’immagini che affiorano dalle superfici pittoriche come per un naturale fenomeno organico o per effetto dell’esposizione luminosa.
In parte, infatti, i dipinti di Frani richiamano le origini della fotografia: i supporti metallici e riflettenti, la consistenza evanescente e umbratile delle immagini, l’apparente presenza di emulsioni chimiche e gelatinose che conferiscono vischiosità e opacità alle superfici… Ma di fotografico in realtà queste opere non hanno nulla: prodotti di una figurazione libera e originaria, priva dei supporti tecnici che potrebbero provenire da immagini ready-made, i dipinti di Frani mostrano un’elevata qualità di segno e gesto e una spontaneità di ideazione ed organizzazione dello spazio degne di nota. Una figurazione che non si accontenta di se stessa e che decide di tenersi in bilico tra la rappresentazione del mondo e l’evocazione dei frutti dell’immaginazione. La tecnica utilizzata dal pittore è piuttosto insolita: olio, bitume, cenere o cera su supporti in MDF o lamiera zincata creano effetti ora morbidi, ora più secchi, ma sempre rispettosi dell’immagine: i suoi segni per quanto vigorosi non sono graffi, ma carezze e gesti di cura. E l’usura delle superfici dipinte non sembra essere frutto di trascuratezza e abbandono, quanto del contatto continuo, della prossimità fisica del pittore con queste immagini.
Le vedute di città deserte (ricordi della New York di Stieglitz) e di campagne silenziose sono accomunate dall’essenzialità dei dettagli, dalla semplicità di linee che sembrano definire paesaggi più interiori che reali. Accenni di luoghi attraversati o solo pensati, come nella serie di quattro dipinti intitolati Frammenti di città d’amor, 2004, distinti ognuno dalle lettere che compongono la parola “amor”. Lo stesso accade per le figure umane: persone incontrate, entrate a far parte del recinto dei sentimenti e delle affinità elettive, stampate nella memoria o plasmate dall’immaginazione. Il gruppo di opere Frammenti d’amor, 2004, in cui i dettagli di un viso femminile sono inquadrati da un punto di vista ravvicinato, sembra richiamare lo sguardo attento e preciso di chi non si stanca di osservare i connotati della persona amata, dalle imperfezioni della pelle alla luce degli occhi. Immagini ossidate, “frammenti fossilizzati” di una sensibilità creativa e di un “amore” per l’immagine che perde, quasi senza accorgersene, la “e” per farsi più poetico, ma non meno vero.
costanza paissan
mostra visitata il 24 novembre 2004
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l'amore infranto, l'innocenza perduta