Sono dipinti, senza tanti giri di parole, i lavori di Gilad Efrat (Beer-Sheva, Israele, 1969; vive a Tel Aviv): pastelli ad olio, olî su tela e persino su fotografia. Una constatazione che va fatta subito, perché le superfici esposte appaiono intessute meticolosamente –centimetro per centimetro– da una pittura sorprendente che, però, non ruba mai la scena.
A guardarci dentro, in queste opere realizzate col medium più tradizionale, c’è il mondo di ieri che è anche –sempre più– quello di oggi. Un mondo che appare “duro a morire” –così Alfredo Pirri, nel testo che accompagna la mostra– “e duro a nascere”. E che qui, osservandolo dal finestrino di un aereo che procede con la dovuta lentezza, è stato fatto oggetto di una ferrea ricognizione.
Perché c’è tanto da sorvolare, quando chi guarda non può fare a meno di elaborare una qualche costante. Campagne, città, strutture di detenzione, persino corpi, il tutto in una successione inesorabile. Ma soprattutto, pietre: le pietre che la storia rende mura (e muri); ma anche le mura (e i muri) che, sbriciolandosi, tornano a confondersi con le pietre.
Dove planare, allora, se non dovunque? Ecco l’atroce bellezza di una città devastata dai bombardamenti ma che sfodera, irriducibile, il suo robusto –benché desertificato– impianto urbanistico (quanto conta, qui, che si tratti di una città europea sfigurata dall’ultimo conflitto mondiale?). Ed ecco, zoomando al massimo, attraverso un’inquadratura di quelle from above, la fotografia –che lo circonda e lo interpreta come fosse un’isola– di un corpo nudo e come adagiato sul fondo, protetto da una patina di pittura eppure ravvicinato come una bistecca.
Ancora, in tre momenti si indugia sulle struttura –sulle pareti divisorie, soprattutto– di un penitenziario che è solo un po’ più connotato di quei palazzi rasi al suolo (la prigione, ma anche qui conta poco, è quella israeliana di Ansaar). Infine, spazio al silenzio di due grandi landscape (una radura con lago e un paesaggio fluviale, bellissimi e raggelanti) nei quali l’attenzione radiografica per il dato naturalistico si spinge fino all’osso, quasi riducendo la visione stessa ad una texture primaria: quella dell’acciottolato.
Non poteva esserci l’uomo –lo suggerisce un titolo come No man’s land– ad accompagnarci in questo itinerario nel deserto della persistenza. Ma laggiù –sporgersi pure dal finestrino, please– ci sono le tracce del suo passaggio. Per lo più ortogonali, come quelle che lasciano i pneumatici.
pericle guaglianone
mostra visitata il 18 dicembre 2004
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