Piuttosto che nei caratterizzati spazi della galleria, un invisibile tracciato sembra segnare un magico itinerario tra le forze generatrici della natura. Isolate, analizzate -finanche interrogate- da vicino, con una lente d’ingrandimento, da Bizhan Bassiri (Teheran 1954, vive tra Roma e San Casciano dei Bagni -Siena- dal 1975). E’ in queste forze che egli ha sentito penetrante quella “condizione magmatica” vicina e simile alla “condizione creativa”. Un’Illuminazione alla quale l’artista stesso riesce a dare un’esatta collocazione cronologica e geografica (1978, cratere del Vesuvio). Da allora egli è “ospite di questo tempio dove i fantasmi prendono corpo e le pietre paiono somme animali”.
Cariche, dunque, di più profondi significati, le pietre, ormai, non sono più semplici pietre, ma oggetti preziosi. Il valore esaltato dalla loro collocazione su alti e lineari piedistalli neri. E come un cercatore di conchiglie, Bassiri trova le sue forme, di cui rivela tutte le sfaccettature: ogni busto zoomorfo si proietta e si raddoppia -o mostra il proprio lato nascosto- attraverso uno scatto fotografico, poiché “l’opera non si riflette nello specchio del mondo ma nel suo proprio”. Di grandi dimensioni, le fotografie, con un drammatico bianco e nero, accompagnano e completano la galleria dei ritratti. Chiosa o chiave di lettura è l’ultimo piedistallo, dove due dadi dichiarano la “possibilità dell’intuizione e della coincidenza fortunata” e “aprono la partita a una combinazione immutabile”, dato che “nel pensiero magmatico sparisce l’oggetto e la materia trova la propria immagine”.
Piedistalli, pietre e fotografie sono quindi un unico inscindibile elemento, emblematicamente titolati Erme riflesse.
Quasi d’obbligo è ricordare che in un’installazione di più ampio respiro queste erme, nel 2004, sono state esposte -non a caso- nella città dove il tutto ha avuto inizio, Napoli e, sempre non a caso, proprio nel Museo Archeologico, calate quindi in una situazione di stretto e più intimo dialogo con i reperti archeologici. Nel fondo di questo viale immaginario, c’è una sorta di “fontana” in metallo, ricoperta oramai di ruggine a indicare il trascorre del tempo. Ma è una fontana muta, stagnante, dove l’elemento cristallino e vitale dell’acqua è sostituito da quello più tetro dell’olio combusto. Nonostante l’insieme crei una sensazione di morte, la capacità riflettente del liquido riesce a dare un effetto di mutabilità e di trasformazione, quasi di vita. Tutto questo, infine, sembra svolgersi sotto il ciclico sorgere e tramontare del sole. Simbolicamente rappresentato dalle grandi tavole -anch’esse dal significativo titolo Evaporazione– dove il turbinoso stendersi della spessa materia si riempie di campiture gialle di diverse estensioni. Sembra questo l’unico elemento temporale, che vuole però suggerire l’immutabilità della natura.
Un’esposizione, questa romana, che l’artista aveva lucidamente chiara nella sua mente, che ha preso corpo man mano che le opere venivano tolte dalle loro casse (“tutti i nostri cinque sensi anticipano il pensiero, l’opera non può nascere come realizzazione di un progetto”) riuscendo di nuovo a coniugare i diversi linguaggi artistico, letterario, teatrale, espressi attraverso la pittura, la scultura e la fotografia.
Di nuovo, perché tutta l’attività artistica di Bassiri risponde, e contemporaneamente è guidata, al “pensiero magmatico” che ha trovato la sua totale espressione nel Manifesto del Pensiero Magmatico” (1986), una sorta di testamento dell’artista e, nello stesso momento, una guida interpretativa per lo spettatore che, di fronte ad ogni opera, è chiamato a confrontarsi e interrogarsi sull’esistenza nella sua più ampia accezione.
daniela trincia
mostra visitata il 16 dicembre 2005
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