Quando si chiamano artisti così diversi e così importanti -Cy Twombly, Giulio Paolini e Rosemarie Trockel- a riflettere sull’opera di tre grandi scrittori–Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante e Italo Calvino– il rischio di fare mera commemorazione quasi svanisce. Anche se l’occasione è l’anniversario della loro scomparsa. Quando in più ciò avviene in uno spazio finora inedito per l’arte, poiché da poco uscito da una lunga degenza restaurativa, com’è la splendida Villa Poniatowski, si ha l’opportunità di apprezzare ulteriormente il livello dell’operazione. Anche se sulla carta gli accostamenti dei rispettivi omaggi parevano dissonanti -Twombly che riflette su Pasolini- oppure scontati –Paolini che riflette, guarda un po’, su Calvino- è impossibile non ricredersi al momento della visita. Nelle sale della Villa, difatti, la programmatica divina mimesis, quella mistica fusione tra arte e letteratura cui allude la titolazione, sembra avvenire davvero.
Avviene senza dubbio tra Giulio Paolini e Calvino. Ma questa, come s’è detto, è cosa risaputa, fatto che rientra nella registrazione biografica, ben documentato anche dalle numerose carte in mostra, nate da una stretta collaborazione tra i due. Avviene pure, solo in parte con sorpresa, tra i bronzi ariosi ma terrigni di Cy Twombly e la prosa fluida ma diagonale e popolare di Pasolini. Un’occasione ideale anche per convenire con la reiterata ma difficilmente discutibile tesi di Carla Benedetti sull’opposizione dialettica tra Pasolini a Calvino. Due scrittori che, aldilà dell’affetto e della stima reciproca più volte dimostrata, vivono davvero attraverso le rispettive opere -fatta di irrealtà e di metafisicità quella di Calvino; di fisicità brutale e selvaggia quella di Pasolini- in un’inconciliabilità profonda e simbolica. Un’opposizione che, in questa circostanza, è osservabile di riflesso anche attraverso i lavori degli artisti che gli vengono accostati. Basterebbe confrontare l’opera autentica di Paolini –installazione costruita su un meccanismo semplificatorio di
Il video e l’installazione di Rosemarie Trockel, in omaggio ad Elsa Morante, sviluppano invece soltanto uno specifico tema caro alla scrittrice: l’immaginario stereotipato della femminilità. Ma è proprio grazie a questa strategia di rinuncia rispetto alla restituzione di una visione d’insieme che la Trockel raggiunge, eludendo con grande sicurezza le lusinghe della retorica e stringendo il campo di indagine, una molteplicità di altri temi fondamentali analizzati dalla scrittrice. Ciò avviene attraverso un gioco alla scoperta sul genere delle scatole cinesi, capace di attivare la riflessione a partire dalla condizione adolescenziale, sempre rigorosamente declinata al femminile, per poi dirigerla progressivamente verso l’amara, ma ricca di eventi oltre che di rinnovati stupori, coscienza della maturità.
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Redazione Exibart
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[exibart]
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