Secondo round per la retrospettiva dedicata a Renato Mambor (Roma, 1936) uno dei protagonisti dell’arte italiana degli ultimi quarant’anni.
Una panoramica di gusto quasi museale, nonostante la location sia quella di una galleria romana che di solito accoglie i giovanissimi. Le schede critiche e l’esposizione storicizzata sono state pensate dalla curatrice Barbara Martusciello come imprescindibili per l’analisi approfondita di un’artista a volte troppo velocemente assimilato al solo contesto popartistico. Ma che -in realtà- con l’ideologia dell’oggetto osannato come un’icona non condivide granché.
La ricerca di Mambor piuttosto si indirizza fin dagli esordi sulla sagoma umana; e di sagoma proprio si tratta guardando i suoi lavori degli anni Sessanta (Uomini grigi, 1962). In un inedito storico qui esposto (Qui signori, 1962) per la prima volta in assoluto un artista lavora sulle linee essenziali dell’essere umano, per caricarle di significati emblematici.
Il suo è un operare concettuale vero e proprio quando investiga il linguaggio che può coinvolgere il corpo nello spazio: dal il profilo umano stereotipato come timbro che crea lo spazio, alla rappresentazione iconica del nome, all’interesse per i rebus come espressione di un vocabolario iconico (Nudo e palazzo, 1965), fino ad arrivare alle impronte lasciate sul corpo dai rulli per decorazioni, come dimostra la serie degli Itinerari (1968).
In mostra troviamo anche le opere degli anni Settanta dove la sagoma umana si rinnova nel rapporto con il quotidiano (Biliardino, 1970; Allevamenti di campi da football, 1979). In alcuni tra i lavori degli ultimi vent’anni la rappresentazione della realtà sembra più viva del solito (vedi la serie Potatore, 2003) e -fra le opere ideate per la galleria- la mitica silhouette, stavolta di una coppia, ritorna nella scultura Il praticante e la lingua della Terra. Mentre l’opera a parete Renato d’Egitto è in grado di animarsi mediante i movimenti dello spettatore.
L’esposizione, inizialmente datata fino all’inizio di aprile, è stata prorogata per tutto il mese di maggio, durante il quale Mambor sarà presente per un evento realizzato da attori, tra performance e teatro. Questa seconda antologica è il preludio all’ultima parte del lavoro filologico svolto sull’artista, che si prevede realizzabile per il 2005. E a quel punto sarà forse ultimato il cerchio che avvolge la forte ricerca sul linguaggio che da oltre quarant’anni ne caratterizza l’opera.
articoli correlati
Fiato d’artista, dieci anni a Piazza del Popolo, raccontati da Paola Pitagora
Piazza del Popolo anni 60-70
Mario Schifano tutto
cristina del ferraro
mostra visitata il 18 marzo 2004
Cosa resta di una performance? A porre la domanda, e a darne la risposta, è la stessa direttrice Elsa Barbieri,…
Alla Fondazione Sassi di Matera, una mostra mette in dialogo Salvador Dalí e Alessandro Valeri: due Visioni del Mediterraneo, tra…
Durante la settimana inaugurale della Biennale di Venezia, la camera dell'Hotel Metropole dove Freud scrisse L'interpretazione dei sogni ospiterà una…
Con un progetto pop up di dieci giorni, Spazio Morgagni porta Man Ray in un caratteristico barbiere milanese degli anni…
A cosa pensiamo quando parliamo di “smart agriculture”? L’indagine dell’artista cinese esplora i cambiamenti in atto nel rapporto tra lavoro…
Il Turner Prize 2026 annuncia i quattro finalisti: Simeon Barclay, Kira Freije, Marguerite Humeau e Tanoa Sasraku. La mostra al…