Categorie: roma

fino al 3.III.2002 | Yinka Shonibare – Be-Muse | Roma, Museo Hendrik C. Andersen

di - 11 Dicembre 2001

Sembrano camminare a passo sostenuto le tre dame all’ingresso della splendida casa-studio dell’artista norvegese Cristian Andersen.
Sembrano affrettarsi, quasi correndo, come per raggiungere i due uomini in fondo al salone, impegnati in quella che appare una calma e rilassante conversazione. Il giovane Andersen e il suo mentore Henry James, stanno in piedi, uno di fronte all’altro.
Gli abiti che indossano ammiccano nei loro colori sgargianti, nel contrasto tra il disegno etnico e la foggia squisitamente europea. Catturano lo sguardo e costringono l’osservatore a girarci intorno, a sostare attento e divertito.
Nelle altre sale, dodici grandi fotografie narrano la storia di Dorian Gray, l’esteta maudit, il dandy dell’epoca vittoriana, capolavoro indiscusso nato dalla penna di Oscar Wilde.
Shonibare ha ricostruito, scena dopo scena, in un vero e proprio set cinematografico, i tratti salienti del romanzo, calandosi in prima persona nei panni del protagonista e proponendo, forse per la prima volta nella storia, un ribaltamento delle parti. Nella fantasia dell’artista, Dorian Gray non è più l’intellettuale esteta di nobili origini anglosassoni: è un uomo di colore che gioca a fare il dandy tra cortigiane, attricette di cabaret e sale da biliardo.
Più che il meccanismo del contrasto, Shonibare sembra innescare il passaggio successivo: quello della riflessione generata dalla constatazione della nota stridente, dell’elemento destabilizzante. Nella sua ricerca, rivolta alle tematiche legate all’identità culturale, le opere giocano sempre sulla logica dello piazzamento: il dandy impersonato da un uomo di colore, gli abiti vittoriani realizzati con stoffe batik, le famiglie di alieni ed astronauti. Nella sua arte, come pure nella sua persona, convivono due anime diversissime ma complementari: quella occidentale, anglosassone, e quella africana, nigeriana. L’arte di Shonibare esprime questo profondo dualismo, con umorismo e raffinatezza, scherzando sulla ri-definizione dei ruoli all’interno delle logiche di classe, giocando sul reale significato del vero e del falso, nella piena convinzione che “l’arte sia una forma di intrattenimento con la quale l’artista può sedurre e provocare allo stesso tempo, dando la possibilità al pubblico di riflettere anche su temi molto seri.”

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paola capata
mostra vista il 4.XII.2001


Museo Hendrik Christian Andersen, Via Pasquale Stanislao Mancini 20 (Piazzale Flaminio) Tel. 06.3219089
Orario da martedì a domenica 9-20; chiuso lunedì, Ingresso £ 8000


[exibart]

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  • La Nostra Roma dalle polveri piene, gonfie di cose da raccontare.
    Quelle polveri si stoppano sulle scarpe, ti ammorbidiscono il cammino, ti fanno volare.
    Dove, nel Grande Cimitero Protestante, riposa il passaggio, l'alito dell'anima di John Keats.
    Ed ora ci offrono questo spettacolo discreto e senza pretese spettacolari.
    Quasi fosse paradossale se pensiamo all'oggetto frizzante ed epicureo di cui trattiamo.
    L'autrice, che non conosco, meriterebbe una medaglia per come è vellutatamente scivolata su un campo abusato, bistrattato, pregiudicato e consumato come si consumano fried-chips in un fast food. Bravissima.
    Wilde.
    Haber ha ragione... se solo non fosse che gli attribuisco un torto.
    Troppo contenuto.
    La Mostra è decisamente affascinante.
    La Recensione è superba, anzi, sublime (sub-limes).
    E Haber ha perfettamente ragione.
    Ciao, Biz.

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