Come personaggi in cerca d’autore, i soggetti di Carlo De Meo (Maranola, Latina, 1966) sono degli appunti, dei pensieri, che fluttuano leggeri in attesa di trovare lo spazio ideale per venire allo scoperto e prendere forma. Così le sculture e lo spazio, un tutt’uno inscindibile, creano l’opera nella sua interezza. Ma si rintracciano anche altre costanti che sono alla base dei lavori di De Meo: il Corpo e la Lingua. Un corpo-oggetto, sempre quello dell’artista, ridotto nelle dimensioni. E una lingua-scrittura, che traduce in segni visivi ciò che l’occhio coglie, innescando infiniti giochi di senso. Il titolo di ciascun’opera permette infatti di individuare il percorso creativo e riesce a provocare un vero e proprio spiazzamento. Lo spettatore è costretto così a raccogliere ogni piccolo indizio, per riuscire ad avere una visione completa del lavoro: “Quello che voglio è che ognuno possa costruire la propria storia”, spiega De Meo.
Ed eccole, le opere-sculture-immagini-scritture-installazioni del Pollicino De Meo, con i titoli scritti a matita, disposti con un falso disordine e disseminati come mollichine di pane sulle bianche pareti. Sono opere costruite con la stessa metodologia, quella della sovrapposizione, del gioco, delle associazioni. Una costruzione sempre attraversata dal paradosso causato dal ribaltamento dei piani abituali.
E cos’altro, se non il paradosso, può dar vita ad opere come INTERNOGIORNO? Si tratta della riproduzione dell’interno di un piccolo appartamento, trattato come fosse un quadro appeso alla parete. Una casa spogliata dell’arredamento e dei tramezzi. Per similitudine o empatia anche la stessa piccola figura è vestita per metà. Una figura che addirittura si perde, si confonde nello spazio, assorbendo sul proprio corpo i colori delle mattonelle. Non è quindi l’oggetto di per sé, ma lo spostamento del punto di vista a spiazzare chi osserva. SCALAMULTIUSOFAIDATE è invece una piramide di oggetti che sostengono una figura.
È in DEMEOCRAZIA però che l’artista svela il pensiero-guida della mostra. Un wall painting site specific che parla di libertà, di comodità, dell’agire senza problemi. È l’opera iniziata per prima e conclusa per ultima, dopo la realizzazione di tutti gli altri lavori. Un lavoro che diventa funzionale a SCALAMULTIUSOFAIDATE e SPECCHIO: la specularità è infatti rafforzata dalla presenza di questa doppia-parete di fondo dipinta. E così due elementi apparentemente contrastanti come la “scultura impressionista” e “la pittura geometrica”, diventano i perni intorno ai quali ruota l’intera esposizione, spiegata dalla mimetizzata scritta SONOPENSIERIPERVERSI. Come in una stampa lenticolare, il senso cambia a seconda del punto di vista: “sono-pensieri-perversi”, ma anche “sono-pensieri-per-versi”. Ma il vero fil rouge, dopotutto, rimane un’intelligente, struggente e sorniona ironia. In una mostra che è una delle proposte più autenticamente geniali dell’inizio di stagione a Roma.
daniela trincia
mostra visitata il 3 ottobre 2006
La riflessione visiva di Cate Colapietro sul corpo nell’era digitale, tra contatto, assenza e disturbo: le fotografie sono in mostra…
Prosegue la Milano Art Week 2026: con Untitled Association andiamo alla scoperta degli appuntamenti da non perdere oggi, con un…
In uscita exibart onpaper 132: nel nostro nuovo numero cartaceo, si parte dalla Milano Art Week per approfondire il momento…
Con l'artista brasiliano Miguel Afa approfondiamo i temi espressi dalla sua mostra alla Rhinoceros Gallery di Roma: il tempo interiore…
Nel suo nuovo saggio, edito da Diarkos, Roberto Gramiccia propone una lettura della fragilità come motore culturale e umano, per…
Abbandonare la tela per inseguire la verità della materia: fino al 4 maggio 2026, alla Galleria 200C di Venezia, Irina…