Per la sua prima personale italiana, la giovane fotografa Charlotte Dumas presenta due serie di opere su un soggetto tradizionale della storia dell’arte: il cavallo. Sono immagini che proiettano in due realtà rappresentative ben distinte, che riflettono un diverso modo di approcciare gli animali (Non solo equini, attualmente l’artista sta lavorando su lupi).
Nella prima serie, che occupa lo spazio principale della galleria, grandi fotografie ritraggono i cavalli nelle loro stalle, lo sguardo addolcito dal riposo e dalla stasi. Alcuni assorbiti dal cono d’ombra che ne nasconde parzialmente il corpo; altri evidenziati da una luce argentea che ne esalta le anatomie scultoree. La disposizione pausata di questi ritratti e la ricercata messa a fuoco su corpi animali può rimandare ad alcune pitture di genere –è indubbio che l’artista abbia memorizzato molta pittura dei secoli scorsi, dall’isolamento della natura morta del Seicento a certo verismo ottocentesco-, ma quello che viene restituito, attraverso un uso sapiente del mezzo fotografico, è un rapporto ravvicinato con l’animale. Un rapporto che è stato definito, giustamente, intimo (e molto intimismo, d’altronde, si ritrova nella giovane arte internazionale), una relazione di mite accondiscendenza e partecipazione nelle forme del tableau vivant.
L’altra serie, che nasce da un progetto sviluppatosi nel corso del 2003 durante un soggiorno della Dumas a Roma, è incentrata sul rapporto uomo-animale, o meglio carabiniere-cavallo, e sulla suggestione del Carosello Storico di Piazza di Siena, letto dall’artista anche attraverso il disegno.
Il tema rimanderebbe all’uso militare e celebrativo del cavallo, se non ci trovassimo di fronte a foto di piccolo formato, adeguatamente incorniciate, che invece incrinano quell’immagine trionfalistica che generalmente attribuiamo al cavallo, alle bardature, ai finimenti ed al suo cavaliere in divisa. Avvolti da una luce crepuscolare, gli uni e gli altri, assimilabili, mostrano l’altra faccia dell’ufficialità e dello spettacolo equestre: la stanchezza per la competizione, l’anacronistica ostentazione di pennacchi e bordure, una singolare amicizia e condivisione generata, come accade, dall’assidua frequentazione.
Arduo parlare di globalizzazione imperante quando un’artista come Dumas, olandese, viene colpita, proprio a Roma, da questo tipo di manifestazione e dalla considerevole presenza di specie equine in giro per la città. Bentornato, genius loci.
rossella caruso
mostra visitata il 3 novembre 2005
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secondo me questa mostra non aveva senso
i cavalli ...le guardie...un americano a parigi... mah.
a caval donato...
americana o olandese...
fedele nei secoli...