Miti che partono da lontano. Dalla Grecia arcaica fino alla rivisitazione romana, spesso in chiave politica e di potere. L’agonismo -il gioco che si trasforma in competizione- nasce all’interno delle celebrazioni greche dedicate agli dei –gare panelleniche come i giochi Olimpici, Pitici, Istmici e Nemei– e getta le basi per i riti occidentali quali il crisma del successo, l’onore difeso nell’agone, la dedizione alla propria città e alla divinità protettrice.
La mostra apre al pubblico le porte di un mondo fatto di atleti – eroi, di ginnasi, palestre e arene nei quali cimentarsi per vincere. Un mondo che passa dalla misura greca delle lotte individuali, fonte di gloria per la propria
A contatto con la logica propagandistica dell’impero, le competizioni –celebri le corse dei carri– si trasformano in veri e propri spettacoli, con il pubblico dell’arena che identifica gli atleti con le parti politiche o le factiones per le quale erano schierati.
Nel percorso espositivo della mostra l’immagine degli atleti è ben veicolata da pezzi di statuaria celebri come il Pugilatore delle Terme di Diocleziano, il Discobolo e il Doriforo –copie romane da originali greci attribuiti a Mirone e Policleto, autentici instauratori di canoni estetici tuttora imprescindibili– e da numerosi vasi decorati con scene di combattimenti, corredi funerari di ginnasti, mosaici e rilievi ispirati al mondo sportivo dell’antichità.
Nella sezione dedicata alla dea Nike le personificazioni della divinità si reggono sullo stereotipo della mitica Vittoria alata, agile ed enigmatica allo stesso tempo quando incorona l’atleta nell’attimo del trionfo. Un po’ Fortuna –ma non è bendata!- con le ali che la rendono sfuggente, da godere in un momento che difficilmente si ripeterà.
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