È il fuoco l’elemento dominante nel nuovo lavoro che Paolo Canevari (Roma, 1963) presenta nella mostra Nothing from Nothing al Macro di Roma, curata da Danilo Eccher. Arde il Colosseo, realizzato scolpendo uno pneumatico di camion, arde un altro pneumatico posto in verticale su una sorta d’altare come in un rito pagano, arde una pistola e arde infine un teschio. Il fuoco è l’elemento purificatore che nei due video Burning Colisseum e Ring of Fire acquista un aspetto magico, ipnotizzante, che è forse meno evidente nel bianco e nero dei due grandi disegni a grafite su carta (Burning Gun e Burning Skull), ma altrettanto efficace grazie alla precisione del tratto. Il paradosso è che a non bruciare sono invece proprio le due torri gemelle ricoperte con il battistrada di centinaia di copertoni automobilistici, una macro scultura che inquieta per le dimensioni e per il sentimento di dolore che ancora trasmette. Scrive l’artista: “Io non desidero che il mio lavoro sia permanente: vorrei fosse un ricordo, una memoria, che abbia una presenza metafisica”.
Un terzo disegno raffigura una lupa incatenata ad un copertone su cui in oro con caratteri gotici è scritto god, opera che anticipa in qualche modo Continenti, il lavoro presentato in questi stessi giorni dall’artista sempre a Roma, alla galleria Miscetti. “Uno pneumatico, un teschio o una bomba sono immagini riconoscibili”, afferma Canevari, “e fanno parte di una conoscenza universale tanto quanto un’immagine sacra o l’immagine di un cane. Come artista uso queste icone in una nuova prospettiva, o struttura, che metta a rischio il loro significato”.
È dagli anni Novanta che Canevari si serve di camere d’aria e pneumatici di camion o di auto nel suo lavoro, utilizzandoli sia come soggetti dei suoi disegni o dei suoi video, sia per le sculture, in cui li plasma, li trasforma, li violenta, li rende altro.
“Lo pneumatico rappresenta lo status symbol dell’automobile nelle società più ricche, ma è una presenza costante anche nei paesi del Terzo Mondo, dove vive riciclato ad esempio per fare una scarpa”. Canevari sente la necessità di recuperare e di trasformare questo materiale, peraltro non facile da trattare, che quando è nuovo è uno strumento essenziale per l’economia della società contemporanea basata sul movimento e che quando è rovinato e non più riciclabile lo troviamo ammucchiato nelle discariche o incendiato per dare calore in situazioni di estremo degrado.
Figlio d’arte, Canevari, che vive tra Roma e New York dove alla fine degli anni ‘80 ha lavorato come assistente di Nam June Paik, è stato invitato a partecipare con soli altri sei artisti italiani alla Biennale d’Arte di Venezia, dove presenta un’installazione basata sulle icone della distruzione e della morte realizzata a Belgrado, città dove è nata sua moglie, l’artista Marina Abramovic.
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