Quale luogo migliore per conservare la memoria se non i musei? Sono questi gli spazi prediletti da Luigi Ghiri (Fellegara, Reggio Emilia 1943; Roncocesi, Reggio Emilia 1992). Affollati o vuoti, sono il punto di partenza della sua riflessione sull’essenza del concetto di memoria. Attraverso fotografie esclusivamente a colori. Ricerca portata avanti su entrambi i generi della fotografia: memoria e documentazione svolta in maniera instancabile nei brevi anni della sua carriera di fotografo, inaugurata, nel 1972, con la sua prima esposizione personale Fotografie 1970-71 (hall Canalgrande Hotel, Modena). Morto ad appena 49 anni, si dedica completamente alla fotografia a partire dal 1974, quando abbandona definitivamente l’attività di geometra. Formazione questa che gli ha permesso, però, di formare un occhio allenato nell’individuare l’anima dell’architettura. Non a caso, diversi sono stati gli incarichi che lo hanno impegnato in lavori monografici su importanti architetti, quali Marcello Piacentini e Aldo Rossi, o a collaborare con riviste di architettura (Lotus International nel 1982, Domus, Gran Bazaar, Interni, Ottagono e L’Arca nel 1989).
“Il mio desiderio è sempre stato quello di lavorare con la fotografia a 360 gradi, senza limitazioni, afferma Ghirri nell’intervista in appendice del volume Viaggio dentro un antico labirinto (1991). Un intento mai abbandonato. L’artista, infatti, ha usato la fotografia come mezzo per narrare e descrivere, passando dalla figura al paesaggio (naturalistico e urbano), dagli interni agli esterni, descrivendo luoghi, storia, pubblico e privato, al fine di operare una sintesi, “pensando per immagini”.
Una poliedricità, quella di Ghirri, testimoniata anche dagli incarichi ricevuti durante gli anni: documentazione dell’atelier di Giorgio Morandi, scatti a personaggi della musica (Lucio Dalla,Luca Carboni, gli Stadio, Ron, Gianni Morandi), rilettura del paesaggio dell’Emilia, per il Touring Club, di quello partenopeo (che lo porta alla pubblicazione insieme a Mimmo Jodice del volume Capri, 1983), di quello della cultura veneta o del paesaggio italiano in generale, della Reggia di Versailles (per uno scambio culturale Italia/Francia) e di quella di Caserta, solo per citare alcuni campi di interesse. Attività che giustamente lo pone tra i più importanti fotografi contemporanei, precursore, per alcuni versi, della Scuola Tedesca.
Nelle quindici fotografie, di formati diversi, esposte nella piccola galleria romana, si respira tutto questo. Un ideale percorso permette di attraversare i venti anni di attività di Ghirri, anche se con le sole immagini scattate nei musei. Un percorso che si concentra sulla memoria e sull’azione del guardare, nelle sue diverse accezioni. Ed ecco che a dare inizio all’itinerario è la piccola fotografia Diaframma 11, 1/125, luce naturale, vintage print del 1973, appartenente alla serie Paesaggio Italiano, dove una donna di spalle ammira un Rembrandt (Amsterdam), a cui si affiancano quelli in cui vi è sempre una persona, ferma, di fronte all’opere d’arte, un Tiziano (Firenze) e le statue antiche (Napoli). Poi gli scatti di spazi museali (Genova, Milano, Napoli), ma stavolta deserti. Seguono quelli di musei in cui, invece, le persone si muovono tra le opere (Milano, New York, Venezia, Versailles). Conclude il percorso la fotografia in cui non solo non c’è alcuna presenza umana, ma manca addirittura l’opera stessa, che appare coperta da un telo.
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