Abito scuro e zero fronzoli, una mostra di Antonio Biasiucci (Caserta, 1961; vive a Napoli) è ogni volta un itinerario nel cuore di tenebra delle cose, di tutte le cose. Un irriducibile venire alla luce di realtà sprofondate (qui volti e strutture meccaniche, reperti e animali impagliati; altrove, stelle e vulcani) in cui la vita stessa che si fa calco torna ad essere, e ad apparire, teatro.
Di scena, il bianco e nero estremo di una serie di stampe fotografiche, di formato quadrato, sistemate a parete come a impaginare in altrettante lavagne in sequenza –durissime, di un nero accecante– una lezione che ha per tema la sedimentazione della materia. Perché ci si può avvicinare ad ogni spicchio di cosmo fino a vederne (e, perché no, sentirne e misurarne) le porosità, le scalfiture, gli orli paurosi che si allontanano delineando occhi, bocche o crateri. Ci si può sporgere fino a riconoscere una per una, grazie alla luce “matita della natura”, le maschere che appaiono sepolte vive (e vegete) sotto il bitume del tempo; fino ad accorgersi –gratta gratta, come si suol dire– che tutto è epidermide e nulla è polvere, anche e soprattutto quando si ha a che fare con l’abisso.
E allora, in questo chiedersi dove vanno a finire le cose che è proprio della fotografia iperfisica di Biasiucci –importa poco, qui, distinguere i relitti meccanici del dismesso stabilimento dell’Italsider di Bagnoli dagli organismi rinvenuti nelle teche di un museo scientifico o dai volti sorpresi in un museo antropologico–, a raccontare le cose come stanno interviene la texture primaria di ciò che, messo a fuoco, senza muoversi di un millimetro pulsa e tace: pietre, ingranaggi, peli come corde d’acciaio, profili aguzzi di mirabolanti calcificazioni.
Il risultato è un po’ a sorpresa il paradosso di una ricognizione “calda”, il cui procedere per riesumazioni appare antitetico a quello raggiunto dalla fotografia di un Thomas Struth, dove, al contrario, ciò che conta è rintracciare il gelo di un ordine sovrastante –e sovrumano– nel cuore stesso della vita vissuta. Sta di fatto, restando al più stringente degli esempi, che nel lavoro di Biasiucci è del tutto irrilevante il ricorso al colore grigio in quanto figura del neutro e dell’immateriale, quel colore –come ebbe a scrivere Gerhard Richter– che “ha la capacità, come nessun altro, di rendere visibile il ‘nulla’”. C’è, viceversa, nel suo affacciarsi visionario su ogni cripta possibile, così tanto nero da lasciar risplendere ogni cosa incontrata, viva e vegeta (e familiare) anche quando perduta o dimenticata, di un imprevisto rosso sangue.
pericle guaglianone
mostra visitata il 28 settembre 2005
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