Un nuovo spazio espositivo romano, nel quartiere di Monteverde, ospita la mostra del giovane Simone Giovagnorio. Un luogo che trae la sua forza da un’anomalia, resa esplicita dal nome che gli è stato dato: Capsvla, con la v e non con la u, perché anche la scelta tipografica sfugga all’omologazione.
La specificità dello spazio, approssimabile a un cubo, è data dalla colorazione argentea delle pareti (che ricorda le superfici riflettenti della celeberrima Factory newyorkese di Andy Warhol) e dal pavimento a piastrelle grigie, entrambi illuminati da una ben visibile barra di luce al neon. Vi si accede da una porta-vetrina che immette direttamente nello spazio riservato alle mostre e lascia fuori cataloghi e comunicati stampa, a disposizione dei passanti.
All’interno, tre fotografie emananti luce riflessa campeggiano sulla parete perimetrale sinistra. Sono scatti che evidenziano i particolari di un ambiente non facilmente riconoscibile che si scopre appartenere ai recessi di un traghetto. La difficile individuazione di ciò che è stato impresso sulla superficie pellicolare non è data tanto dalla successiva elaborazione al computer quanto dalle effettive caratteristiche degli oggetti coibentati che vi sono ritratti. Oltre che dallo stravolgimento prospettico determinato dalle inquadrature. Nel frattempo, la mostra offre un’articolata esperienza sinestetica, perché la temperatura della galleria si percepisce come oltremodo inferiore a quella corporea e un certo suono costruito sulle basse frequenze accompagna la sensazione di fresco, approssimando le sensazioni a quelle restituite dalle grandi stive refrigerate.
rossella caruso
Mostra visitata martedì 15 novembre 2005
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