Fabrizio Ceccardi usa esclusivamente il colore -spesso tendente al monocromo- lavorando per sottrazione. Non è un reporter all’inseguimento dell’attimo, ha bisogno di tempo, contemplazione. “Arrivo, guardo, poi torno”, afferma. Del resto anche i suoi racconti per immagini non rientrano in confini temporali definiti rigidamente: “sono come piccole scatole che apro a distanza di tempo mettendoci dentro qualcosa di nuovo.” Emiliano di origine (vive tra Reggio Emilia e Roma), Ceccardi si porta dentro la fotografia di Luigi Ghirri, che insieme a Mario Giacomelli e Rolf Koppel è tra i suoi autori preferiti, ma le sue frequentazioni sono in realtà più pittoriche, da Rembrandt a Mark Rothko, passando per Giorgio Morandi.
Alla Galleria Luxardo (una sezione è stata presentata in anteprima in occasione della recente edizione di Artissima a Torino) espone quattro serie –Amori feriti, Landscapes, Nelle Ombre e Stanze Segrete– frutto dell’evoluzione dei suoi ultimi dieci anni di lavoro.
In Landscapes troviamo paesaggi disabitati -l’obiettivo punta i fili d’erba, i fasci di luce- che rimandano alla memoria delle persone che li hanno vissuti. Dalla visione esterna a quella interna: Stanze Segrete è il racconto di moduli architettonici in cui, ancora una volta, la presenza umana è evocata dagli oggetti, libri sparsi sul pavimento, mobili. Il raggio di luce è la presenza che anima -lirica, ma lucida- le sue visioni prospettiche, in cui si vedono finestre nella parete di fondo. La luce entra da lì e va a proiettarsi sul pavimento. L’autore è particolarmente legato a queste fotografie: “C’è sempre una piccola finestra aperta sul mondo”, dice. Anche i ritratti, che hanno una definizione tutta loro strettamente legata alle situazioni -all’interno della serie Amori feriti– non si fanno portavoce di una descrizione somatica, piuttosto catturano l’essenza mutevole del sentimento.
“Cosa è per te il ritratto?”, chiede Eva Clausen (direttrice della galleria) nell’intervista pubblicata nel catalogo della mostra. Ceccardi risponde: “Il ritrarre persone all’interno di uno spazio, o di spalle mentre in contemplazione osservano, è dare loro numerose e possibili identità differenti che a loro volta emanano altra luce, altre particelle luminose da catturare. Altra essenza. Quello che una cosa non può essere.”
manuela de leonardis
mostra visitata il 29 novembre 2005
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