Ben vengano iniziative come questa che, mentre tematizzano del disegno grandezza e necessità, puntualmente finiscono per palesare le sorprendenti prerogative “concettuali” del più elementare tra i medium. Così è stato per la recente Idea. Disegno italiano degli anni Novanta, convincente carrellata generazionale sedicente tale. Così è per una collettiva dall’appeal museale che riunisce diciassette tra stelle di assoluta grandezza, maestri riconosciuti e artisti comunque affermati: Carla Accardi, Domenico Bianchi, Alighiero Boetti, Enzo Cucchi, Jannis Kounellis, Fabio Mauri, Mario Merz, Maurizio Mochetti, Nunzio, Luigi Ontani, Giulio Paolini, Pino Pascali, Alfredo Pirri, Michelangelo Pistoletto, Ettore Spalletti, Marco Tirelli e Gilberto Zorio.
Un cast che sancisce un’idea di olimpo nazionale più o meno condivisibile, la cui catchyness è fuori discussione, con uno sbarramento che implica necessariamente un giudizio critico di assoluta severità –questo sì discutibile– sulle (due, ormai) generazioni attive a partire dalla metà degli anni ’80. Ma tant’è: se nessuno tra gli artisti convocati ha meno di cinquant’anni è perché, legittimamente, ipotesi di continuità intergenerazionale non sono prese in considerazione e analisi diacroniche da approntare in tal senso vengono reputate velleitarie. Una posizione certamente polemica, da cui trapela un’amarezza comunque sincera, a maggior ragione perentoria vista la presenza di un nutrito numero di colpi recentissimi ma ben assestati (un bell’Ontani datato 2003; un Kounellis di tutto rispetto, del 2000; una Stella d’aria con sabbia di Stromboli, di Zorio, del 2006), a fronte di lavori che emozionano anche per la datazione (un Paolini del ’65, inchiostro su fotografia; uno splendido Merz risalente agli anni ’80; un camouflage di Mochetti del ’79; un imperdibile Disco di Spalletti, del 1982).
Certo, resta il mistero tutto italiano di collettive appiattite su parametri quasi sempre anagrafici. Come se Al Pacino non potesse recitare nella stesso film con Edward Norton, Dan Graham prendere parte ad un evento cui partecipa Jorge Macchi, i Depeche Mode suonare in una stessa serata con LCD Soundsytem.
Quanto al concept della mostra, perché nascondersi dietro al classico dito? Malgrado il termine disegnare sia anagramma perfetto di designare, la vulgata tuttora imperante (critica compresa, ché certi tarli si annidano ovunque) considera la parola “disegno” una sineddoche, un paravento utile a contrarre (e celare) in sé l’annosa espressione “disegno preparatorio”. Un retaggio di stampo idealista sopravvissuto eccome e all’insaputa dei più (si noti in proposito che i disegni non vengono mai presentati/definiti tout court come “lavori”). Ne deriva lo statuto doppiamente borderline cui è costretto oggi il disegno: questo non è l’opera a pieno titolo, per manifesto eccesso di volatilità; ma, appunto, non è nemmeno il lavoro, per opposte ragioni, perché fortemente sospetto di manualità o, al più, di una densità progettuale soltanto sorgiva. Due retoriche contrapposte per una diagnosi che, in buona sostanza, è la medesima. Col risultato che, ammirati/additati in quanto tali, i disegni finiscono relegati nel loro bel recinto di lazzaretto o serviti à la carte come vini superbi.
pericle guaglianone
mostra visitata il 18 gennaio 2007
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Ma! non starai diventando un pò troppo caustico?! la cara e buona vecchia "critica" ritrovata. bentornata, ad arte!