A guardarlo nella foto-invito ispira una gran simpatia, Rob Pruitt (Washington DC, 1964). Ce lo presentano come un imprendibile ermafrodito dei nostri tempi il cappellino maramaldo, i grossi pennelli maneggiati come fossero bandierine di segnalazione -quelli che non servono sono nella tasca dei pantaloni- i tacchi alti e scintillanti che sembrano snowboard usati come ciabatte, la posa maldestra eppure naturale di chi ha fretta di correre altrove.
Lo vediamo intento a ritrarre, nel suo compiaciuto splendore, la femminilità peraltro affatto intrigante di Paris Hilton –giovane erede della fortuna della famiglia proprietaria dell’omonima catena alberghiera americana, celebre per il semplice fatto di comparire da anni sulle pagine dei giornali scandalistici- fino a comporre, utilizzando smalti su tele viniliche, una serie di lavori di uno sfavillante cinismo.
Eccola sorridere con le amiche, eccola impettita a passeggio per lo shopping, eccola infine posare davanti al monumento di turno: ovunque ci sentiamo braccati dalla fissità dolciastra del suo sguardo inesorabile, in queste che, a giudicare dalla narratività che reclamano invano, sono vere e proprie foto-ricordo. Un’imagerie tra il turistico e la mitografia da rotocalco, che il bravo bricoleur postmoderno scova in internet, rielabora con gusto pop e infine, spietato, dispiega pittoricamente con grazia pompeiana. Addossata ad una colonna nel bel mezzo dello spazio espositivo, in questo modo semplicemente fronteggiandole, un’opera sembra poi “prendere le distanze” da tutte le altre, anche concettualmente: queste si susseguono ravvicinate nel balsamo inebriante -quasi a sviluppare un fregio- di una divertita sequenza agiografica, quella è isolata ma sbilenca come un vero e proprio resto.
Pervade così l’intera operazione, felicemente, l’ostentazione da performer di un’estetica che definiremmo portatile: in effetti solo Paris se ne sta ferma, sovrana e ridicola nella sua beatitudine. Dopo aver suscitato scalpore negli anni ’90 (il periodo in cui formava un duo con Jack Early) puntando il dito contro il virilismo di certa cultura trash adolescenziale (Artwork for teenage boys), ma anche indagando le contraddizioni della comunità afro-americana (Red Black Green, Red White Blue, la mostra del ’92 da Leo Castelli), del successo quale ideologia la vena adespota di Rob Pruitt sembra irridere stavolta qualcosa di più subdolo: la sua rassicurante cosmesi.
pericle guaglianone
mostra visitata il 9 giugno 2004
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Bravo Pericle!
fa veramente piacere leggere un commento così fresco ed agile -!