Uno accanto all’altro –visibilmente diversi fra loro– ventitre fogli di carta fotografica impressa raccontano di un incontro. Claudio Abate conosce bene il lavoro di Carla Accardi, Giovanni Albanese, Gianfranco Baruchello, Elisabetta Benassi, Bertolini-Berg, Giuseppe Dessì, Giuseppe Gallo, Nino Giammarco, Jannis Kounellis, Ernesto Lamagna, Hooi Hwa Lim, Giancarlo Limoni, Eliseo Mattiacci, Fabio Mauri, Nunzio, Marina Paris, Roberto Pietrosanti, Pizzi Cannella, Emilio Prini, Oliviero Rainaldi, Maurizio Savini, Marco Tirelli e Adrian Tranquilli. E’ da trent’anni che il fotografo romano (è nato nel 1943) punta l’obiettivo su linguaggi e tendenze artistiche, oltre che sul teatro. La documentazione, in questo caso, lascia spazio all’amicizia. L’incontro avviene nella dark room di Abate, nell’ex Pastificio Cerere a San Lorenzo, prima ancora che nella nuova galleria di Mara Coccia. Una sorta di sfida, quasi un diavoletto che si è insinuato nella mente del fotografo, quando ha ostinatamente deciso di stimolare quei ventitre artisti a produrre qualcosa di tecnicamente diverso dai loro lavori, ma da cui trapelasse la rispettiva poetica. Imprevedibili, reazioni e risultati. Ogni artista ha scelto la diversa tecnica da usare in camera oscura.
“Per esempio c’è il fissaggio, dove le immagini sovrapposte rimangono bianche.” spiega Abate a Mario Codognato nell’intervista pubblicata nel catalogo della mostra “Con la penna si può delineare il nero. Con la lampadina luminosa si disegna con la luce. La camera oscura lavora anche con il tempo. Alcuni artisti sono stati delle ore, altri come Kounellis, solo per pochi minuti. Jannis ha voluto indossare degli occhiali da sole, cosicché al buio con la sola luce rossa della camera oscura, riusciva a concentrare di più il punto luminoso, riuscendo ad essere più preciso.”
Bianco e nero sono l’assioma. Negativo e positivo si coniugano per esaltare il gesto. La traccia che gli artisti coinvolti nell’esperimento hanno dipinto con la luce è un segno -come quello della Accardi– molto preciso e riconoscibile. Alcune volte ricorda l’automatismo (Prini, Baruchello), oppure è una scritta (Benassi) o una successione di numeri (Kounellis). A metà tra cultura orientale e occidentale (ideogramma e alfabeto latino/ samurai e statua greca) il lavoro dell’artista malese Lim, trapiantato a Roma dal ‘76. Altrove la traccia si trasforma in forme geometriche (Tirelli, Pietrosanti, Nunzio), paesaggi onirici (Albanese), immagini antropomorfe (Savini, Gallo, Paris, Dessì, Lamagna, Giammarco) e oggetti (Pizzi Cannella, Bertolini-Berg). Una chiave di lettura biologica funziona per Tranquilli e Limoni, quella astronomica per Mattiacci e psicologica per Rainaldi, la cui “macchia” non può non evocare una tavola del Rorschach. Come in un film (muto) l’immagine di chiusura è affidata allo “schermo” di Fabio Mauri, dove THE END diventa una parola unica. Una scritta nera che emerge dal fondo bianco. Messaggio inequivocabile.
manuela de leonardis
mostra visitata il 24 febbraio 2005
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