Misurare, anche in modo approssimativo, questa stanza dipinta, ‘distribuita’ nelle due parti di un dittico (l’opera si chiama Double Room), è un tentativo vano.
Questa volta la scatola prospettica – tanto cara ad una definizione ordinata della terza dimensione – sembrerebbe sul punto di rompersi, perché alla parete di fondo del salotto tutto verde Gioacchino Pontrelli (Salerno 1966, vive e lavora a Roma) ha asportato qualche metro – proprio nel mezzo – e quel che resta non lo si può unire
Eppure questo luogo impossibile è immune alla deriva e al caos: lo salva una superficie ineccepibile, che è ‘stesa’ sulle cose, saldata alle forme, che riempie lo spazio tra le linee che disegnano il perimetro degli oggetti… e – a dispetto dell’entropia – si dichiara immutabile.
Slitta la resa realistica, rivelandosi affascinante rivestimento, s’incrina quella continuità che rende quasi automatico – ed in un certo modo obbligato – il percorso all’interno dello spazio dipinto: questa volta lo sguardo esita, attratto, quasi risucchiato nella cesura tra le due parti del dittico che diventa una specie di tunnel; poco importa se si tratta della parete che conclude una stanza o di un fuori che non c’è: anche il grande paesaggio – che forse non a caso è sulla parete di fronte al dittico – non è uno spazio vivibile (è una natura ritoccata e rimanipolata dall’uomo dice l’artista); nel verde troppo verde sembra essersi diluita l’idea di superficie, di chiuso e la stessa sensazione la evoca anche il magma colorato, che è sullo, sfondo in un’altra opera (Double Room #1).
Simile ad un fluido raggelato, o ad una lastra marmo sintetico, il magma rimane oltre l’ipotetico gazebo; verso chi guarda sono state girate due sedie, per sempre vuote, in equilibrio nonostante l’inesorabile inclinazione del pavimento: ancora una prospettiva sghemba, ancora lo spaesamento, l’impressione che qualcosa non funzioni, l’impossibilità di rintracciare l’errore per ricostruire la visione corretta. Non c’è niente da rimuovere, nulla da modificare: l’unico elemento connettivo, l’unica possibile coerenza è tutta in superficie.
L’ambiente lo ha ricavato tra due lastre di vetro scuro, vi si accede (o si sbircia) attraverso due aperture. Dentro: ritratto d’interno in tre dimensioni, superfici variabili.
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