Un omaggio a Gino de Dominicis (1947-1998), figura leggendaria dell’arte contemporanea italiana ed internazionale. Il suo ricordo s’intreccia a quello di Roma, dove si trasferisce nel 1967, in un clima di vivace sperimentazione e di profondo rinnovamento.
La città, che l’artista immagina fondata dai Sumeri, è lo sfondo ideale di una riflessione concentrata, in modo quasi ossessivo, sul tema della morte. Un pensiero dominante in tutti i suoi lavori, compresi gli scritti “filosofici”, tra cui la Lettera sull’immortalità (1970), edita in catalogo. L’angoscia della morte scaturisce dalla consapevolezza che l’essere umano è irreversibilmente finito; di conseguenza, il tempo assume un valore determinante, spia del disfacimento incalzante ed inesorabile. Per questo, lo spazio espositivo registra soltanto la presenza testimoniale delle cose, non più nella veste consueta di utilizzabili, ma totalmente autoreferenziali. A tale proposito, Eugenio Montale paragonava de Dominicis a Caravaggio, dopo lo scandalo alla Biennale veneziana del 1972, suscitato dall’esposizione di un uomo affetto dalla sindrome di Down.
Ad accomunare i due personaggi è il realismo radicale con cui svelano il dramma umano, celato oltre l’apparenza. De Dominicis usa la fotografia, viziata dal tarlo della rappresentazione, per amplificare la vanitas del suo autoritratto: il volto, dal sorriso ironico e beffardo, è accostato ad una maschera che allude all’artificio mimetico dell’immagine. L’artista tende, invece, allo stallo, contrapponendosi alla nevrosi conservativa della riproduzione. Il collasso universale teorizzato dalla termodinamica genera, infatti, una condizione d’immutabilità congeniale alla prassi estetica: “L’opera, una volta terminata, mi deve sorprendere e rimandarmi più energie di quante ne ho impiegate per realizzarla. In questo modo, è ”. Tale affermazione s’inscrive nella cornice aurea dell’arte, fonte inesauribile di stimoli “in presa diretta”.
La sua origine ancestrale contraddice la nozione di modernità, per cui le ricerche attuali, “venendo dopo tutto ciò che le precede, dovrebbero sapere di essere più antiche”. L’autore condensa l’essenza demiurgica del fare artistico in un lavoro del 1980, Urvasi e Gilgamesh, realizzato con acrilico e foglia d’oro su compensato. Il metallo nobile ripropone il rito alchemico della metamorfosi, idoneo a sublimare la materia corrotta nella fibra immarcescibile delle emozioni. L’unica forma di eternità, attuata dalle “arti maggiori” ed incarnata nel capolavoro.
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