La nuova personale di
Aldo Bandinelli (Roma, 1966) si compone di una serie di tecniche miste su tela e carta che occupano con autorevolezza lo spazio espositivo, un
white cube in cui la particolare pittura dell’artista trova probabilmente la sua dimensione più consona. Si tratta di lavori che affermano una chiara ascendenza informale, filtrata però attraverso una sensibilità composita, dove importanza non secondaria pare rivestire l’elemento letterario.
In effetti, dal rapporto fra i titoli spesso immaginifici e le scabre superfici realizzate con impasti sapienti di sabbie e oli emerge una peculiare narrativa, ben esemplificata da lavori come
Meticolous sharades o
Negletful flustered (approssimativamente traducibili come “meticolosa sciarada” e “negligentemente turbato”). Qui si realizza una sorta di cortocircuito tra immagine e indicazione testuale, che amplifica la tensione intellettuale dell’opera. Sono titoli, stando a quanto riportato nel catalogo della mostra, ripresi da quelli di messaggi spam trovati nella casella di posta elettronica, ed è questo un dettaglio che pare esprimere al meglio l’attenzione privilegiata riservata da Bandinelli alle cose minime e neglette (i rifiuti di testi eterei, la povertà di sabbie e polveri, i graffi leggeri che solcano introversi impasti di bianchi). Cose che svelano però mondi insospettati, sol che si dedichi loro maggior studio, riconoscendone tempo e durata.
È quel che effettivamente avviene nella pittura di Bandinelli, anche grazie alla scelta caratterizzante di soluzioni espressive monocrome definite entro forme sempre solo quadrate, come a voler stabilire un preciso campo tanto d’azione che di contemplazione, dove lo sguardo e il pensiero si perdono, inciampano su ciò che potrebbe assumersi come una sorta di soglia mentale prima ancora che fisica.
Un tale singolare programma, artistico e insieme etico, s’intende meglio nel leggere l’intervista a Bandinelli in catalogo. Sotto il pungolo del curatore Mario Iannelli, l’artista afferma infatti la volontà di rappresentare sin dal titolo della mostra “
una condizione esistenziale, interiore, che è una stagione regolare e quindi costante, fatta di dedizione e meticolosità”, i cui risultati acquisiscono una bellezza insolita, assorta. È una bellezza animata da leggerezza e insieme rigore, che per qualche oscura ragione richiama qui alla mente il fascinoso titolo coniato anni fa da
Achille Perilli per una sua opera,
Le pietre sono nuvole.
Anche i quadri di Bandinelli, in effetti, mirano a partecipare di una tale natura inventata, dove la geometria si apre all’azzardo e la materia più pesante a una trasparenza scintillante.