La curatrice Giuliana Stella presenta con grande entusiasmo la mostra Take Five. Il suo incontro con le giovani artiste in mostra (Sara Basta, Francesca Checchi, Mariana Ferratto, Luana Perilli e Manuela Ruga), sue allieve, avviene infatti all’Accademia di Belle Arti di Roma, dove ha inizio anche il loro percorso artistico. La curiosità e la creatività escono dall’aula per farsi largo all’interno dello scenario artistico contemporaneo, con lavori che sembrano prendere forma dal loro temperamento. I diversi ritmi convivono insieme in un movimento continuo e fluttuante, ognuno con la propria velocità e il proprio linguaggio. Le opere esposte occupano ciascuna una parte di spazio ben precisa, e nonostante le palesi differenze, contengono molti tratti comuni, come ad esempio la tendenza ad esprimersi in maniera fresca, diremmo delicata. Le artiste indagano a fondo sul proprio sentire e sui meccanismi percettivi, non disdegnando un tono ironico e divertito.
Il lavoro di Sara Basta (Roma, 1979) giustappone disegni a matita su carta -i cui soggetti si ripetono insistentemente- a fotografie che ridicolizzano e mettono in discussione tutto ciò che in essi è rappresentato, dimostrando come la definizione dei ruoli sessuali sia determinata da fattori essenzialmente culturali. Francesca Checchi (Latina, 1973) presenta l’installazione LananaL: tre televisori-contenitori posizionati sul pavimento sono attraversati da un gomitolo di lana che va srotolandosi da uno schermo all’altro. “Mi piaceva la morbidezza di questo materiale, e l’idea del passaggio da uno spazio all’altro”, racconta. I pieni e i vuoti, i bianchi ed i neri, si alternano: è un’unica azione a generare tre movimenti distinti che vivono di un ritmo proprio, isterico o meditativo che sia.
Mariana Ferratto (Roma, 1979) lavora invece sul tentativo di nascondersi, cercando, nel video presentato, di mimetizzarsi con la parete bianca della galleria. Le sue azioni, riprese all’interno dello spazio, rappresentano l’opera stessa. Luana Perilli (1981), romana anche lei, lavora sulla tematica degli stereotipi, sul rapporto tra memoria privata e collettiva. In Aim (if you’re brave enough) sceglie delle immagini degli anni Cinquanta e, giocando sui dettagli, propone il concetto di memoria come possibile bersaglio. “E’ molto comune prendersela con le proprie origini, la propria famiglia” afferma l’artista, “mi divertiva l’idea di rendere queste immagini private dei possibili bersagli”. L’audio, dalla dimensione pop, fa da sottofondo.
Manuela Ruga (Zurigo, 1980) espone Gruenau, installazione che porta il nome del quartiere di Zurigo dove è nata. L’artista utilizza un nastro rosso che ha la lunghezza precisa del suo corpo per circoscrivere uno spazio, e delle fotografie, scattate in momenti diversi, per ricreare a strati il ricordo di un giardino di Roma, quello di Piazza Vittorio, dove cinque palme -non a caso- sono al centro della scena. “Mi ricordava noi cinque, dobbiamo ancora crescere…”.
Dopo alcune prove di gruppo, non resta che attendere i primi tentativi su progetti personali di questa nuova, benvenuta, infornata di giovani artiste a Roma. Fatevi sotto.
fabrizia palomba
mostra visitata il 5 novembre 2005
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